Si alza il sipario sull’88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino

Redazione Nove da Firenze

Firenze, 13 aprile 2026 - Un’opera contemporanea mai rappresentata a Firenze, il debutto sulle scene fiorentine di Luca Guadagnino e di Lawrence Renes e una storia contemporanea che tuttora, a distanza di oltre quarant’anni, lascia il segno per i risvolti umani, storici e politici che ancora riesce ad evocare. The Death of Klinghoffer titolo di forte impatto politico e civile è lo spettacolo con cui si alza il sipario sull’88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino che così rinnova la propria grande tradizione di presentare titoli contemporanei nuovi o molto rari.

L’opera, composta da John Adams, non è mai andata in scena prima d’ora al Teatro del Maggio così come sono inedite a Firenze le sue composizioni. Sul podio della Sala Grande, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio, il maestro Lawrence Renes, un vero specialista, esecutore e profondo conoscitore delle composizioni di Adams. La regia e le scene sono di Luca Guadagnino, tra i più affermati registi cinematografici a livello mondiale che per la prima volta firma la regia di uno spettacolo al Teatro del Maggio.

Il maestro del Coro del Maggio è Lorenzo Fratini, la coreografia è curata da Ella Rothschild. I costumi sono di Marta Solari, le luci di Peter van Praet, Mark Grey è il sound designer.

Tre le recite in programma nella Sala Grande: il 19 aprile alle ore 17, il 22 aprile alle ore 20 e il 26 aprile alle ore 15:30.

La recita inaugurale del 19 aprile sarà trasmessa in diretta su Rai Radio 3 e in differita su Rai 5, lo stesso giorno, alle ore 18.

“Sono particolarmente lieto di inaugurare il Festival del Maggio con The Death of Klinghoffer di John Adams, in una nuova produzione affidata alla regia di Luca Guadagnino e alla direzione di Lawrence Renes.” dice Carlo Fuortes, sovrintendente del Maggio “Si tratta di un’opera straordinariamente ricca, complessa e profonda, su libretto di Alice Goodman, che considero tra i testi più intensi, duri e poetici del secondo dopoguerra. È una scrittura densa di richiami, di citazioni al sacro, che nel tempo non sempre è stata accolta e interpretata nella sua piena natura di opera d’arte, né valutata nella sua interezza.

Un teatro d’opera non deve limitarsi a intrattenere, ma ha anche il compito di confrontarsi con i grandi temi del nostro tempo, sempre attraverso un linguaggio artistico. Quando, due anni fa, con Guadagnino abbiamo iniziato a immaginare questo progetto, non era prevedibile l’attualità che oggi circonda quest’opera. E tuttavia la sua lettura scenica rifugge ogni forma di speculazione o di riferimento diretto al presente. Proprio per questo, la scelta di inaugurare il Festival con questo titolo incarna pienamente la nostra idea di teatro d’opera: un teatro che sappia parlare all’oggi, alle questioni che riguardano tutti noi, senza trasformarsi in un trattato di geopolitica, ma elevando il discorso attraverso la forza del linguaggio artistico.

In questo senso, l’opera di Adams si distingue per uno straordinario equilibrio, dando voce a tutte le parti coinvolte - ebrei, palestinesi, e tutti i protagonisti della vicenda - con una misura e una profondità davvero rare. Non siamo di fronte a un racconto di cronaca, ma a una trasfigurazione che si avvicina alla solennità dell’oratorio. La stessa Goodman ne ha sottolineato questa natura, una visione condivisa da Guadagnino e Renes, che mi sento di accostare, per ampiezza e respiro, a una vera e propria “Passione” di matrice bachiana.

The Death of Klinghoffer è, a mio avviso, un’opera che stimola il pensiero e invita alla riflessione senza imporre risposte. Lascia aperti gli interrogativi, come è proprio delle grandi opere d’arte. È questo lo spazio che il teatro deve saper offrire oggi, e mi auguro che il pubblico possa accoglierla nella sua straordinaria profondità.”

“Affrontare The Death of Klinghoffer significa confrontarsi con una delle partiture più complesse e profonde del nostro tempo” -seguendo le parole del sovrintendente, il direttore Lawrence Renes, così continua: “La musica di John Adams che è un compositore che ammiro e del quale posso dirmi amico, possiede una bellezza straordinaria, ma richiede anche uno sforzo enorme da parte di tutti: orchestra, coro, cantanti e direttore. È, per certi versi, un Everest musicale, una sfida che mette alla prova ogni livello dell’esecuzione.

Non ho già avuto occasione di dirigerla, questo per me è un debutto, e perciò sono particolarmente felice di essere coinvolto in questa produzione fiorentina anche perché ho l’occasione di lavorare con Luca Guadagnino del quale conosco l’amore verso la musica di Adams e che portato sempre con sé nel proprio cinema. In quest’opera, parola e musica sono indissolubilmente legate. Ogni scelta ritmica, ogni inflessione melodica nasce direttamente dal testo di Alice Goodman: non esistono forme tradizionali come aria o recitativo, ma un flusso continuo in cui la musica si modella sulla lingua, sul ritmo e sul significato delle parole.

È una scrittura che chiede precisione assoluta, ma che allo stesso tempo riesce a raggiungere momenti di intensa emozione e persino di trascendenza. Anche dal punto di vista sonoro, Klinghoffer è un’opera profondamente contemporanea: l’uso dell’elettronica, dei sintetizzatori e dell’amplificazione non ha lo scopo di aumentare il volume, ma di dialogare con il nostro modo attuale di ascoltare, creando un’esperienza immersiva e diretta. Ma al di là degli aspetti tecnici, ciò che rende quest’opera davvero necessaria è la sua dimensione umana.

Klinghoffer ci invita a entrare nella complessità delle vite e delle esperienze dei personaggi, senza semplificazioni, senza giudizi immediati. Ci chiede di ascoltare, di comprendere, di accogliere punti di vista diversi, anche quando risultano difficili o scomodi. È un’opera che parla al nostro presente con una forza sorprendente e che, proprio per questo, richiede da parte di chi ascolta un’apertura profonda, libera da pregiudizi.”

Il regista Luca Guadagnino commenta: “Ho desiderato portare in scena The Death of Klinghoffer perché è un’opera che conosco e amo da molto tempo, ma che raramente si ha l’occasione di vedere rappresentata. Per questo sono riconoscente a Carlo Fuortes per aver accettato la mia proposta che mi porta qui al Maggio per la prima volta, con Lawrence Renes sul podio, direttore che avevo avuto modo di apprezzare anni fa a Londra sempre in un’opera di Adams Doctor Atomic.

Klinghoffer è un’opera che considero, insieme a Nixon in China, uno dei grandi capolavori del nostro tempo: un’opera che nasce da una collaborazione artistica radicale tra John Adams, Peter Sellars e Alice Goodman e che possiede una forza capace di agire in profondità nello spettatore di andargli sottopelle. Il cosiddetto scandalo che ha accompagnato Klinghoffer non è, a mio avviso, di natura politica, ma umana. Questa opera ci mette di fronte alla complessità dell'anima e ci chiede di confrontarci con essa senza rifugiarci in letture semplicistiche.

Non esiste un bianco e un nero, non esistono categorie nette di bene e di male: pensare in questi termini significa tradire la natura stessa dell’opera. Il cuore del lavoro sta nella sua capacità di chiederci un atto profondo di immedesimazione. Tutti i personaggi, e noi con loro, siamo chiamati a entrare nell’esperienza dell’altro, anche quando è distante, anche quando è difficile da accettare. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere: di riconoscere che l’umanità è fatta di relazioni, di tensioni, di fragilità condivise.

In questo senso, Klinghoffer è un teatro profondamente psicologico, quasi una confessione collettiva. Il mio lavoro è stato quello di cercare di restituirne la verità, liberandola dalle incrostazioni ideologiche che nel tempo ne hanno condizionato la ricezione, e riportandola alla sua dimensione più pura: quella di un’indagine sull’interiorità umana. La musica di John Adams è intimamente legata a questa visione e sotto questo punto di vista desidero sottolineare la perfetta sintonia con Lawrence Renes: è una musica che non accompagna semplicemente la scena, ma che è carne viva del racconto, profondamente connessa alla storia e alla Storia.

In alcuni momenti raggiunge una dimensione quasi trascendente esattamente come dice Renes, come se fosse un oratorio e su questo sono d’accordo con Fuortes, dando forma alla vita interiore dei personaggi, anche nei suoi aspetti più contraddittori. Nel mio approccio registico ho cercato di rispettare la specificità del linguaggio operistico, senza sovrapporre a esso logiche cinematografiche. Il teatro musicale richiede un processo creativo autonomo, e proprio in questo confronto ho trovato la possibilità di rimettermi in discussione e di cercare nuove forme espressive.

Credo che oggi, più che mai, quest’opera abbia qualcosa di urgente da dire: ci invita a sospendere il giudizio e a esercitare uno sguardo più profondo, più complesso, più umano sul mondo e sull’Altro.”

Un aspetto importante della messinscena inaugurale del Festival è rappresentato dalla coreografia pensata da Ella Rothschild, che ne ha sottolineato l’importanza poiché essa riesce a dare ancora più risalto alla musica e al rilievo che quest’ultima ha proprio sul piano narrativo dello spettacolo: “Nell’opera, ciò che mi commuove è già presente nella straordinaria musica di John Adams e nel potente libretto di Alice Goodman. La coreografia appartiene a questa ricchezza e le permette di svilupparsi ulteriormente.

Per me, crea un modo di soffermarsi un po’ più a lungo su ciò che l’opera già contiene: compassione, tristezza, perdita, giustizia, violenza, tutte queste correnti che attraversano l’opera con tanta forza. Può aprire leggermente lo spazio, rallentare il tempo per un momento e lasciare che queste emozioni attraversino il corpo, oltre che la voce e la parola. Questo cambia la consistenza dell’esperienza: la musica viene ascoltata in modo diverso, il testo arriva in modo diverso, e la vita interiore dell’opera emerge sotto un’altra luce.

Credo che la danza abbia creato una sorta di dannazione in cui nulla è spiegato eccessivamente, e tuttavia qualcosa diventa profondamente chiaro.”

L’opera come il titolo stesso evoca, rivolge il suo sguardo narrativo a uno dei più rilevanti fatti storico-internazionali degli ultimi decenni: il sequestro dell’Achille Lauro, la nave da crociera italiana dirottata nel primo pomeriggio del 7 ottobre del 1985 da un commando di quattro terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina, una fazione dissidente della ben più nota OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Nel corso delle concitate e frenetiche ore che seguirono il sequestro - che portò, come è noto, all’uccisione di Leon Klinghoffer, un cittadino americano di religione ebraica, costretto in sedia a rotelle che si trovava in crociera per festeggiare il suo anniversario di matrimonio - gli equilibri internazionali vissero momenti molto delicati che portarono la relazione diplomatica fra l’Italia e gli Stati Uniti a una situazione complessa che ebbe il suo culmine nella cosiddetta ‘Crisi di Sigonella’.

The Death of Klinghoffer si struttura in un prologo e due atti e si basa sul libretto, in questo caso un’opera d’arte poetica, scritto dalla poetessa Alice Goodman ed è andata in scena per la prima volta a Bruxelles al Teatro de la Monnaie nel 1991. In Italia è stata rappresentata per la prima e unica volta nel 2002 a Ferrara e a Modena.

Il cast è formato da Daniel Okulitch come The Captain; da Laurent Naouri che interpreta la parte di Leon Klinghoffer; da Susan Bullock nelle vesti di sua moglie, Marylin Klinghoffer; Marina Comparato nei panni sia di Swiss Grandmother che di Austrian Woman e da Joshua Bloom nella parte di Rambo, il leader dei terroristi. Completano la compagnia di canto Andreas Mattersberger come The first Officer; Roy Cornelius Smith nella parte di Molqi; Mamoud è Levent Bakirci; Janetka Hoșco è la British dancing girl e Marvic Monreal interpreta la parte di Yazmir.

La locandina:

THE DEATH OF KLINGHOFFER

di John Adams

Libretto di Alice Goodman

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Maestro concertatore e direttore Lawrence Renes

Regia e scene Luca Guadagnino

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Coreografia Ella Rothschild

Costumi Marta Solari

Luci Peter van Praet

Sound designer Mark Grey

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Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

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The Captain Daniel Okulitch

The first Officer Andreas Mattersberger

Swiss Grandmother/Austrian Woman Marina Comparato

Molqi Roy Cornelius Smith

Mamoud Levent Bakirci

Leon Klinghoffer Laurent Naouri

Rambo Joshua Bloom

British dancing girl Janetka Hoșco

Omar Ioanna Kykna

Marylin Klinghoffer Susan Bullock

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Scultura Berlinde De Bruyckere

Make-Up Artist Fernanda Perez

Hair Stylist Massimo Gattabrusi

Figurinista Elena Pavinato

Assistente musicale Joseph Marcheso

Assistente alla regia Paola Rota

Assistente scenografa Axelle Ponsonnet

Assistente costumista Davide Boni

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Artisti danzatori: Micah Best, Zachary Buri, Jenna Davis, Matilde Di Ciolo, Flavio Ferruzzi, Ria Girard, Shaked Heller,Emilia Martinez, Skye Notary, Riley O’Flynn, Reika Shirasa

Figuranti speciali e acrobati: Elena Barini, Roberta Benvenuti, Sabina Casaroni,Luciano Colzani, Maria Caterina Frani, Federica Garavaglia, Leila Ghiabbi (acrobata),Alma Sophie Golinski, Edoardo Groppler, Giada Inserra (acrobata), Sandro Mabellini,Stefano Mascalchi, Guido Mazzoni, Francesco Pacelli, Leonardo Paoli (acrobata),Irene Petris, Laura Pistolesi (acrobata), Carlo Pucci, Federico Raffaelli, Roberta Raimondi,Hortencia Teran, Simone Ticci (acrobata)

Prezzi:Visibilità limitata: 15€ - Galleria: 35€ - Palchi: 45€ - Platea 5: 45€ - Platea 4: 65€ -Platea 3: 75€ - Platea 2: 90€ - Platea 1: 130€

Durata complessiva: 2 ore e 35 minuti circa