Senza consenso è stupro
La Commissione 7 (Pari opportunità, pace, diritti umani) del Comune di Firenze ha dato il via libera questa mattina alla risoluzione “Promozione del principio del consenso esplicito nella riforma della violenza sessuale e consolidamento delle azioni territoriali di contrasto alla violenza di genere”.
L’atto muove da un’analisi lucida della realtà, la violenza sessuale è un fenomeno ancora sommerso, dove le denunce ufficiali rappresentano solo la punta di un iceberg. Fattori sistemici come la precarietà economica, lo stigma sociale e la giustificata diffidenza verso le istituzioni tengono troppe donne lontane dai percorsi di giustizia, rendendo i femminicidi il tragico culmine di percorsi di violenza strutturale spesso ignorati.
La criticità del fenomeno è confermata dai dati emersi all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2026 della Corte d’Appello di Firenze: i reati legati al "Codice Rosso" pesano per il 20% sul totale dei procedimenti nel distretto, con un aumento allarmante dei femminicidi in Toscana (13 casi nel 2025) e un coinvolgimento sempre più frequente di minori.
Sono intervenute la dottoressa Stefania Pancini (E.Q. Pari Opportunità del Comune di Firenze) e l’avvocata Wanna Del Buono, esperta in diritto di famiglia.
L'avvocata Del Buono, che da anni si occupa delle molteplici questioni – non solo legali – legate ai diritti delle donne, dopo avere chiarito con precisione gli aspetti distintivi della Convenzione di Istanbul in materia di consenso, ha evidenziato come questo debba essere libero, attuale e comprensibile. L’Italia è stata più volte censurata per non essersi pienamente uniformata ai principi della Convenzione di Istanbul, mentre la Corte di cassazione, negli ultimi venti anni, ha costantemente richiamato la centralità del consenso nella tutela dell’autodeterminazione.
Ha inoltre sottolineato come la mancata opposizione non possa mai essere interpretata come consenso e con un esempio processuale molto chiaro ha spiegato: “Se una persona viene rapinata, consegna il portafoglio perché vuole che tutto finisca il prima possibile; nessuno chiederebbe mai alla vittima se fosse consenziente nel dare il portafoglio”. Lo stesso principio deve valere nei reati sessuali: l’assenza di reazione non equivale a volontà.
La dottoressa Pancini ha evidenziato come l’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Firenze, attraverso il lavoro quotidiano di ascolto e coordinamento con la rete territoriale, intercetti direttamente le criticità, i bisogni e le fragilità che emergono sul territorio e ha condiviso la preoccupazione per un possibile arretramento normativo, ricordando come la città di Firenze da anni promuova iniziative, eventi e percorsi educativi centrati proprio sul tema del consenso.
In particolare, è stato richiamato il progetto della Casa delle Donne, nato due anni fa come spazio unitario e plurale di confronto e formazione.
“Oggi abbiamo votato un atto di indirizzo, riaffermando un principio di civiltà che riguarda l’essenza stessa della libertà delle donne – dichiara la Presidente della Commissione 7, Stefania Collesei – Qualsiasi indebolimento del riferimento al consenso esplicito costituirebbe un grave arretramento giuridico e un tradimento degli impegni internazionali assunti dall'Italia. Con il passaggio al Senato, si è invertito l’onere della prova ributtandolo sulle spalle delle donne. Non possiamo permettere che la legge ignori la realtà del sommerso o l’incremento delle violenze sul nostro territorio”.
“La centralità del consenso è il cuore di una democrazia matura che riconosce pienamente l’autodeterminazione delle donne – sottolinea il Capogruppo PD, Luca Milani – La politica ha il dovere di farsi argine contro ogni visione patriarcale che giustifica la prevaricazione e contro ogni formulazione legislativa che rischi di lasciare l’onere della prova sulle spalle di chi ha già subito il trauma della violenza. Come rappresentanti dei cittadini, sentiamo la responsabilità di denunciare il pericolo di una riforma che non abbia il coraggio di scardinare il vecchio sistema. La difesa del testo approvato alla Camera è per noi una battaglia di libertà che unisce il diritto internazionale della Convenzione di Istanbul alla realtà quotidiana dei nostri territori, dove il contrasto alla violenza deve passare da una riforma legislativa che sia finalmente dalla parte dei diritti, senza ambiguità”.
La risoluzione è stata sottoscritta dai consiglieri del Partito Democratico Stefania Collesei, Andrea Ciulli, Renzo Pampaloni, Beatrice Barbieri, Enrico Ricci, Enrico Conti, Alessandra Innocenti, Luca Milani, dai consiglieri Caterina Arciprete e Giovanni Graziani (Avs Ecolo’), dal Consigliere Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune). L'atto, dopo il parere favorevole in Commissione, passerà all'esame del Consiglio comunale.
“Esprimiamo apprezzamento per i consiglieri del centrodestra presenti in Commissione, che hanno dimostrato sensibilità su un tema così delicato – dichiarano congiuntamente Stefania Collesei e Luca Milani –. Dal confronto è emersa la consapevolezza dell’importanza di esplicitare in modo chiaro il principio del consenso nel DDL. Quando si parla di autodeterminazione e dignità delle donne, le appartenenze politiche devono lasciare spazio alla tutela dei diritti”.
CIULLI - “Oggi in commissione 7 (Pari opportunità, pace, diritti umani, relazioni internazionali, immigrazione) si è votato una risoluzione importante che ha avuto come oggetto: “Promozione del principio del consenso esplicito nella riforma della violenza sessuale e consolidamento delle azioni territoriali di contrasto alla violenza di genere”.Solo un sì è un sì.Non è uno slogan. È un principio di civiltà. È il fondamento di una società che riconosce davvero la libertà e l’autodeterminazione delle donne.Per questo diciamo con chiarezza: meglio nessuna legge che il ddl Bongiorno. Un testo sbagliato, che rischia di rendere ancora più difficile la vita delle donne che trovano il coraggio di denunciare". Queste le dichiarazioni del consigliere del Partito Democratico Andrea Ciulli., che continua:
"A trent’anni dal 15 febbraio 1996 — quando la violenza sessuale diventò finalmente un reato contro la persona e non più contro la morale — sappiamo che quella fu una conquista storica. Ma sappiamo anche che non basta. Oggi sono ancora troppo poche le donne che denunciano. Non perché la violenza non esista. Ma perché esiste la paura.Paura di non essere credute.Paura di essere giudicate.Paura di affrontare un percorso lungo, estenuante, doloroso dopo aver trovato la forza di parlare.Denunciare non può essere un secondo trauma.
Non può trasformarsi in un calvario.Per questo serve una buona legge sul consenso. Una norma chiara, capace di rafforzare la tutela e di affermare un principio semplice: il consenso deve essere libero, esplicito, inequivocabile. Non può essere presunto. Non può essere dedotto dal silenzio. Non può essere estorto dalla paura.Era stato fatto un passo avanti importante. Un accordo politico c’era. Una buona legge era stata approvata, all’unanimità, alla Camera. Era a un passo dal via libera definitivo.
Poi al Senato tutto si è fermato. È prevalsa una spinta ideologica, reazionaria, che ha scelto di cambiare il cuore della riforma.Il ddl Bongiorno sostituisce il concetto di “dissenso” con quello di “consenso”, ma lo fa in modo tale da spostare ancora una volta il peso sulle spalle delle donne. Se dovesse passare, renderebbe più gravoso dimostrare la violenza subita. E questo è inaccettabile.La legge deve proteggere, non scoraggiare.Deve semplificare, non complicare.Deve dare forza a chi denuncia, non offrire nuovi appigli a chi difende l’indifendibile.Per questo diciamo no a questo testo.Chiediamo alla destra di fermarsi.
Di ascoltare chi ogni giorno è in prima linea nei centri antiviolenza. Di ascoltare le operatrici, le avvocate, le magistrate. Di ascoltare le piazze, le centinaia di piazze che oggi hanno parlato con una voce sola.Non è una battaglia di parte.È una battaglia di civiltà.Perché nessuno può decidere sul loro corpo. Perché il consenso non si presume. Perché la libertà non è negoziabile.Perché tutte e tutti nasciciamo liberi di scegliere.E quella libertà va difesa. Sempre”, conclude.