Scoppia il caso Bocchino sul Giorno del ricordo
In un’architettura democratica matura, il "calendario civile" dovrebbe rappresentare l’intelaiatura morale di una nazione: un insieme di date e ricorrenze in cui una comunità elabora collettivamente le proprie ferite. Eppure, la cronaca politica italiana continua a restituirci l’immagine di una memoria intesa come terreno di conquista o, peggio, come clava identitaria. Il caso del Consiglio Regionale della Toscana, esploso oggi, è il paradigma di questa frizione. Quella che avrebbe dovuto essere una seduta solenne per il Giorno del Ricordo si trasforma in una paralisi istituzionale che solleva una domanda scomoda: è ancora possibile ricordare senza che l'appartenenza politica diventi il filtro obbligatorio della storia?
Il dibattito toscano ha portato alla luce una prassi che mina alla base l’autorevolezza scientifica delle celebrazioni nazionali. Silvia Galletti, capogruppo del Movimento 5 Stelle, ha denunciato quella che definisce una "assurda prassi" consolidatasi nel tempo: una sorta di spartizione geopolitica della memoria. Secondo questo schema, il centro-destra ha il diritto di prelazione sulla scelta dei relatori per il Giorno del Ricordo (dedicato alle foibe e all'esodo), mentre il centro-sinistra gestisce le celebrazioni per il Giorno della Memoria (la Shoah).
Questa delega politica trasforma la storia in una "concessione" tra fazioni. Quando la narrazione del passato risponde a logiche di equilibrio tra schieramenti anziché a criteri di competenza storiografica, l'istituzione abdica al suo ruolo educativo. Per Galletti, «uscire dalla prassi che ha preso piede nella scorsa legislatura» è l'unico modo per evitare che le celebrazioni diventino un mero esercizio di posizionamento elettorale.
La miccia che ha fatto saltare l’accordo istituzionale è stata l'individuazione di Italo Bocchino, direttore del Secolo d’Italia, come relatore principale. Bocchino avrebbe dovuto presentare un documentario sulla storia della famiglia dell’imprenditrice Federica Martini Masoni, discendente di esuli. Per le opposizioni di sinistra (AVS e Sinistra Progetto Comune) e il M5S, la scelta di una figura politica dalla chiara traiettoria missina era "inappropriata" per un contesto che richiederebbe terzietà e rigore scientifico.
La reazione di Fratelli d’Italia ha però spostato il conflitto su un piano di scontro frontale. Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di FdI, ha parlato di un «folle imbarbarimento», accusando la sinistra di cedere al "ricatto" dell'ANPI. Il passaggio più aggressivo della sua nota stampa fotografa la profondità del solco: secondo Donzelli, opporsi a Bocchino significa, per la sinistra toscana, scegliere di essere gli «eredi culturali degli infoibatori comunisti titini».
Anche il vicepresidente del Consiglio regionale, Diego Petrucci, ha rincarato la dose, sostenendo che la sinistra toscana oggi «infoiba la libertà di parola». Questa retorica trasforma il dissenso metodologico in un'accusa di complicità storica con i carnefici del passato.
Un dettaglio cruciale, evidenziato da Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune), svela la natura vendicativa di questa gestione. L'indicazione di Petrucci stesso come relatore, insieme a Bocchino, appare come una risposta diretta alle polemiche del 2025, quando il vicepresidente aveva attaccato la sinistra per la scelta degli ospiti precedenti. In questo cortocircuito, la seduta solenne cessa di essere un momento di studio per diventare una ritorsione politica: se l'anno scorso non mi è piaciuto il tuo relatore, quest'anno il relatore sarò io o qualcuno di mia stretta fiducia.
In questo scenario, la competenza degli enti di ricerca — come l'Istituto Storico Toscano della Resistenza, l'ANPI o l'ANED — viene marginalizzata a favore dello storytelling giornalistico o dell'identitarismo politico.
Di fronte all'impossibilità di mediare, la Presidente del Consiglio Regionale, Stefania Saccardi, ha deciso di azzerare i contributi esterni. La commemorazione del 10 febbraio si svolgerà dunque nel perimetro puramente istituzionale, senza Bocchino e senza documentari. La logica della Presidente è quella della "responsabilità": ricondurre la giornata a «patrimonio di tutti» per evitare che diventi una «celebrazione di parte».
Se da un lato la mossa di Saccardi preserva formalmente la dignità dell'aula, dall'altro rappresenta un’implicita ammissione di fallimento istituzionale. Quando un'assemblea elettiva non è più in grado di invitare uno storico o un testimone senza scatenare una guerra di veti, l'unica soluzione rimane il silenzio o l'auto-referenzialità. È una "tabula rasa" che spegne l'incendio ma lascia sul campo le macerie di un dialogo impossibile.Rigore Scientifico o Bandiera Identitaria? La critica di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), che ha deciso di disertare la seduta solenne, tocca il cuore metodologico della questione.
La memoria, scrivono i consiglieri di AVS, richiede «approfondimento storico e autorevolezza scientifica», non letture unilaterali. Il dissenso non riguarda solo il nome di Bocchino, ma l'assenza di un coinvolgimento strutturale delle associazioni degli esuli e degli studiosi del confine orientale. Palagi ha rilanciato proponendo la creazione di una “Casa della Cultura e della Storia del Novecento”, un luogo fisico e istituzionale dove la ricerca possa sottrarsi alla contingenza elettorale.
L'idea è quella di sostituire l'evento-spettacolo con un percorso di consapevolezza democratica permanente. Senza questo scarto, la storia del Novecento resterà ostaggio di una narrazione semplificata che cancella la complessità dei contesti per favorire il messaggio politico immediato.
La vicenda toscana dimostra che in Italia la memoria non è un patrimonio accumulato, ma un debito che ogni parte politica cerca di riscuotere a spese dell'altra. Quando le istituzioni smettono di dialogare con la storiografia e iniziano a gestire il passato tramite "quote" o "ritorsioni", smarriscono la loro funzione di garanti.La scelta di azzerare i relatori esterni è forse l'unico modo per salvare la forma, ma la sostanza resta preoccupante. È possibile celebrare il passato senza che questo diventi un'arma per il presente, o siamo destinati a vivere in una democrazia dove anche il ricordo deve avere un colore politico per essere ammesso in aula? Se la risposta continua a risiedere nei veti incrociati e nelle accuse di "infoibamento culturale", allora il calendario civile non è più un collante, ma la mappa di una nazione che ha deciso di non perdonarsi mai.