La democrazia muore quando smetti di difenderla
dell'architetto Filippo Boretti
Partendo dalle violenze di questi giorni in Europa, Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto, pone una domanda che considero fondamentale: che cosa accade quando una democrazia smette di produrre benessere e, soprattutto, di offrire ai giovani la prospettiva di un futuro migliore? È una domanda che condivido. Una democrazia incapace di mantenere le proprie promesse diventa fragile. E quando una società perde fiducia nel futuro, prima o poi smette di averne anche nelle proprie istituzioni.
Ma credo che il problema sia ancora più profondo.Non parlerei soltanto di disagio sociale. Parlerei di una società europea che ha progressivamente trasformato le proprie difficoltà in una condizione permanente, quasi una malattia collettiva da amministrare anziché affrontare. Il lavoro che non garantisce autonomia, la casa che diventa irraggiungibile, la precarietà che impedisce di costruire una famiglia, il disagio che viene medicalizzato anziché compreso. Se la politica non è più capace di intervenire su tutto questo, a che cosa servono le istituzioni democratiche europee?
E tuttavia c’è una domanda altrettanto scomoda: quando abbiamo cominciato a considerare le difficoltà della vita una giustificazione per calpestare i diritti degli altri? Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui.Abbiamo scambiato la libertà con l’assenza di limiti, l’autorità con l’autoritarismo, l’educazione con la soddisfazione dei desideri. Abbiamo chiesto sempre meno agli adulti e preteso sempre meno dai figli. Poi abbiamo consegnato i giovani agli algoritmi, dove la violenza diventa spettacolo, la ribellione conformismo e persino chi proclama guerra al capitalismo finisce per alimentare i profitti delle grandi piattaforme.Non possiamo chiedere alle famiglie di educare, alla scuola di formare e ai ragazzi di rispettare le regole, mentre la politica si accontenta di amministrare il declino.
Qui torno a Calleri.
La democrazia deve produrre benessere. Ma deve anche formare cittadini capaci di comprendere che la libertà comporta responsabilità. E lo Stato deve garantire sicurezza, non soltanto prometterla o approvare nuove leggi.Perché una democrazia che non protegge l’economia reale e faticosa, chi lavora, studia, produce e rispetta le regole finisce per delegittimare se stessa.Per queste ragioni, Calleri teme il ritorno dei totalitarismi. Io temo qualcosa di forse meno appariscente, ma non meno pericoloso: la trasformazione progressiva della democrazia in democratura.
Dove si continua a votare. Dove restano i parlamenti, i governi, le costituzioni. Ma le libertà si restringono, il potere si concentra, il dissenso viene tollerato soltanto entro i confini stabiliti da chi governa. E i cittadini, sfiduciati, finiscono per chiedere sempre più sicurezza, anche a costo di rinunciare a una parte della propria libertà economica e civile. È il paradosso più inquietante: una democrazia che, incapace di garantire sicurezza e benessere, rischia di essere svuotata proprio nel tentativo di recuperarli.
Ma c’è un’altra fragilità, che non possiamo più ignorare.
Le democrazie europee non perdono soltanto fiducia. Perdono anche la base economica sulla quale hanno costruito la propria indipendenza. Ed è questo, per me, il punto decisivo: senza una solida base economica e produttiva, i diritti sociali e civili rischiano di perdere le condizioni materiali per essere esercitati, e le stesse istituzioni democratiche la capacità di garantirli. Produzione, investimenti, competenze, capacità industriale, tecnologiche e decisioni strategiche si spostano altrove. E con esse si indebolisce la possibilità di finanziare il welfare, sostenere il lavoro, garantire sicurezza e difendere la sovranità democratica.Attenzione, non è una condanna della libertà economica. È la constatazione che un mercato senza un’adeguata capacità di governo politico può lasciare le democrazie prive degli strumenti necessari per proteggere i propri cittadini.
Ed è qui che torna decisiva l’Europa. Non come utopia, né tanto-meno come conservazione dell’assetto esistente. Non l’Europa delle dichiarazioni solenni, delle procedure e dei compromessi al ribasso. L’Europa come soggetto politico, capace di difendere un modello di civiltà fondato sulle libertà individuali, sullo Stato di diritto, sul pluralismo, su un’economia produttiva e sulla responsabilità sociale. Un modello oggi stretto fra potenze che perseguono ambizioni imperiali, una competizione economica sempre più aggressiva e nuove forme di dipendenza tecnologica e finanziaria.Nessuno verrà a salvare le democrazie europee al posto nostro.
E nessuna grande potenza ha il compito di garantire la sopravvivenza di un modello politico maturato faticosamente nel corso dei secoli e finalmente affermatosi, nella sua moderna dimensione democratica e costituzionale, dopo la Seconda guerra mondiale.Per questo l’Europa deve compiere uno scatto in avanti: diventare capace di decidere, produrre, difendersi e competere. Senza rinunciare alle libertà che la distinguono. I modelli federativi ci sono, si tratta di correggere l’Unione, non di buttare il bambino con l’acqua sporca.
Perché il pericolo non è soltanto che qualcuno abbatta le nostre democrazie. È che, mentre discutiamo su come difenderle, perdiamo le condizioni economiche, culturali e politiche che permettono loro di esistere. Daltronde, il modello di civiltà che abbiamo faticosamente conquistato non si fonda sulla sottomissione, tanto-meno economica, ma sulla libertà di intraprendere, produrre, lavorare e costruire il proprio futuro. Una libertà diffusa, non riservata a pochi.È questa una delle ragioni per cui l’Europa continua a rappresentare, per milioni di persone, una terra di opportunità e libertà. Ma proprio per questo spetta a noi decidere come vogliamo viverci, con quali regole e quali responsabilità. E soprattutto avere il coraggio di difendere ciò che abbiamo conquistato, anche quando comporta sacrifici.
Sul continente europeo, le democrazie liberali non ci sono state regalate. E non resteranno vive e forti se non saremo disposti a difenderle.