​Il labirinto di Montedomini domani di nuovo in Palazzo Vecchio

Redazione Nove da Firenze

Nel Salone dei Duecento, cuore della politica fiorentina, l'aria è densa di una tensione che va ben oltre la normale dialettica d'aula. Il Consiglio comunale di domani sarà di nuovo il palcoscenico di uno scontro sull’anima stessa di Firenze. Al centro del ciclone c’è il "Caso Montedomini": un dilemma che vede un’Azienda Pubblica di Servizi alla Persona, depositaria di un patrimonio secolare destinato al welfare, finire sotto la lente d'ingrandimento per una gestione che sembra scivolare verso logiche di mercato. La domanda che aleggia tra gli scranni è se la gestione pubblica sua ancora il baluardo dei più fragili, o si sia trasformata in uno strumento per massimizzare le rendite turistiche a scapito della funzione sociale.

L’analisi politica della vicenda assume i contorni di quella che all'associazione Aduc definiscono una "commedia buffa": la maggioranza si arrocca in una difesa d’ufficio, sostenendo che, nonostante i dubbi sollevati e le retromarce della Sindaca, "non sono stati commessi errori".

La Sindaca venerdì ha tentato la carta della distanza, dichiarando che certe dinamiche sarebbero avvenute "a sua insaputa", nonostante l’amministrazione sia statutariamente "presente e consenziente" a ogni passaggio chiave. È una dialettica della negazione che stride con la realtà dei fatti e con la necessità di trasparenza che una città come Firenze meriterebbe.

Il fulcro tecnico della controversia risiede nel regolamento per l’assegnazione degli immobili, modificato nel 2018 per permettere l’uso turistico-ricettivo del patrimonio pubblico. La difesa dell'ASP Montedomini è cje la clausola turistica non sarebbe una deroga urbanistica, ma una mera "disponibilità della proprietà" a non precludere tale utilizzo se consentito dalle norme.

Tuttavia, è opportuno che un ente la cui missione è il servizio alla persona inserisca tali opzioni nei propri contratti? L'ASP si difende citando dati puntuali per smentire le accuse di speculazione: nel caso di Via San Niccolò, le trascrizioni non riguardano frazionamenti per affitti brevi, ma vendite avvenute tra il 2014 e il 2018. Ancora più emblematico il caso di Via dell’Albero, dove le unità catastali sono addirittura diminuite da quattro a due, sebbene l'attività ricettiva vi sia oggi effettivamente esercitata come previsto dal contratto. Se tecnicamente i conti possono tornare, resta il vulnus etico di una missione sociale che sembra sbiadire dietro le necessità di cassa.

Guglielmo Mossuto, capogruppo della Lega, ha sollevato dubbi sulla gestione operativa: chi ha redatto le perizie? I bandi sono stati realmente pubblicizzati? Montedomini risponde blindando la propria correttezza formale, citando cartelli "Affittasi" e pubblicazioni sull’Albo online, ma ammette che in realtà spesso il mercato non ha risposto.

Il caso di Via Guelfa 83 è il simbolo di questo stallo. Nonostante tre diversi sopralluoghi di soggetti interessati, è pervenuta una sola offerta valida. Secondo l’Azienda, sono gli alti costi di ristrutturazione e i rischi d’impresa a scoraggiare gli investitori. Ma questo solleva un’altra questione: se il patrimonio pubblico è ridotto in condizioni tali da richiedere investimenti che solo i grandi player del turismo possono sostenere, non siamo forse di fronte a una forma di espulsione programmata della funzione sociale?

Il vero campo di battaglia si è spostato sulla documentazione. La bocciatura della Commissione d’indagine da parte della maggioranza ha surriscaldato gli animi, portando l’opposizione a una guerriglia di accesso agli atti. Dal 17 luglio 2026, sono state depositate ben 16 richieste ufficiali. Montedomini assicura di evaderle "secondo l'ordine di protocollo", ma la tempistica appare come una corsa contro il tempo: con il nuovo regolamento promesso per ottobre, ogni giorno di ritardo nella consegna dei documenti è un giorno di vantaggio per chi vuole chiudere la partita senza troppo rumore. In questo clima, il monito di Mossuto è: "A pensare male si fa peccato, ma spesso ci s'indovina..."

Dietro la fredda burocrazia delle delibere emergono storie di vita vissuta. I trasferimenti per "degrado" sono il punto più sensibile. In Via Faenza 38, un nucleo familiare che occupava l'alloggio senza titolo dal 2008 è stato spostato per motivi di sicurezza. Qui i dati parlano chiaro: Montedomini ha offerto una soluzione alternativa in Via del Porcellana, un immobile di 100 metri quadrati con un canone fortemente calmierato.

Similmente, nel 2018, due residenti di Via Carducci 8 sono state trasferite in Via Maccari a causa dell’estremo deterioramento dello stabile originale. Se da un lato questi dati dimostrano un’attenzione al ricollocamento, dall’altro confermano una tendenza inesorabile: gli immobili storici, una volta ristrutturati (spesso con scomputo del canone a favore del privato), tendono a perdere la loro originaria destinazione popolare. Il rischio è che il "degrado" diventi, anche involontariamente, il preludio alla commercializzazione del patrimonio pubblico.

L’impegno di Montedomini a presentare un nuovo regolamento entro ottobre è visto da molti come una tregua, un tentativo di "bonificare" il terreno politico dopo le polemiche estive. Ma la vera cartina di tornasole per le reali intenzioni di Palazzo Vecchio non sarà solo un pezzo di carta, bensì l’esito del bando aperto per l’individuazione del nuovo Direttore Generale. Sarà quella figura, con la sua visione e la sua autonomia, a definire se l'ente tornerà a essere il cuore del welfare fiorentino o rimarrà un gestore immobiliare di lusso.