Monte dei Paschi: occupazione, potere decisionale e identità

Redazione Nove da Firenze

Cosa accade quando la banca più antica del mondo, nata nell'Umanesimo toscano per finanziare la comunità mercantile locale, si ritrova stritolata dagli ingranaggi del risiko creditizio e dalle esigenze di cassa dello Stato? Il Monte dei Paschi di Siena vive il suo snodo più delicato: una partita in cui i mercati finanziari, i board milanesi o torinesi e le istituzioni locali si contendono non soltanto quote di capitale, ma l'anima stessa di un territorio.

L'Assemblea dei soci dello scorso 29 ottobre ha spalancato uno scenario del tutto inaspettato. Il mancato accoglimento delle proposte avanzate dall'amministratore delegato Luigi Lovaglio ha incrinato i piani di riassetto prestabiliti, imponendo una brusca frenata e costringendo le istituzioni locali e le forze politiche a fare blocco per evitare che Rocca Salimbeni venga trasformata in un mero guscio vuoto o in una provincia operativa lontana dai centri decisionali.

La reazione del territorio non si è fatta attendere. Il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ha raccolto il grido d'allarme della sindaca di Siena, Nicoletta Fabio, promuovendo la creazione di un tavolo strategico triangolare che vedrà coinvolta anche la Provincia di Siena. L'obiettivo è presentarsi con un'unica voce istituzionale nei confronti del Governo e dei grandi investitori privati per far valere il peso specifico di una storia quinquennale.

La scossa assestata dall'Assemblea del 29 ottobre ha dimostrato che le dinamiche aziendali non possono prescindere dal consenso del territorio. La linea d'azione tracciata dalla Regione si articola su tre pilastri invalicabili: il presidio dell'identità storica dell'istituto, la tutela incondizionata dei livelli occupazionali e la salvaguardia di un patrimonio unico di competenze e know-how finanziario radicato a Siena dal 1472.

"Era necessario, dopo l'Assemblea dei soci del 29 ottobre, che ci fossero le condizioni per esaminare con attenzione il nuovo scenario... La difesa dell'identità storica dell'istituto, la tutela dei posti di lavoro e la salvaguardia del patrimonio di competenze e know-how maturato in oltre cinque secoli di storia."

Di fronte all'avanzare delle logiche speculative e alla centralizzazione delle direzioni creditizie, costruire una massa critica istituzionale rappresenta l'unica trincea efficace per impedire che le decisioni strategiche sul futuro della Toscana vengano prese altrove.

Se il fronte locale cerca la sintesi politica, il piano delle responsabilità operative chiama in causa le scelte del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Nel bel mezzo del ciclo di riunioni del Consiglio di Amministrazione sui conti dei primi nove mesi dell'anno, la presa di posizione di Michela Guerrini, referente provinciale di Futuro Nazionale, accende i riflettori sulle modalità con cui lo Stato sta conducendo la dismissione della propria quota: "Prima di avviare le vendite, il Tesoro deteneva la maggioranza assoluta del Monte. Dopo aver contribuito a risanarlo con i soldi degli italiani, doveva accertarsi che i nuovi azionisti fossero in grado di tutelare l’occupazione e mantenere a Siena la direzione della banca. Era allora che bisognava chiedere impegni scritti."

La contrapposizione è stridente: da un lato la soddisfazione del Ministero per la valorizzazione finanziaria immediata, dall'altro l'assoluta scopertura sul piano della responsabilità sociale verso la comunità locale e la rete dei dipendenti.

La vertenza senese si arricchisce di un ulteriore elemento di attualità finanziaria. Proprio mentre l'AD Luigi Lovaglio si appresta a illustrare i risultati della trimestrale agli analisti di mercato, la consigliera comunale di Siena per Futuro Nazionale, Maria Antonietta Campolo, pone l'accento sul divario abissale tra i profitti promessi dai colossi creditizi e l'assenza di certezze per l'economia reale del territorio: "Non abbiamo dato una delega in bianco al suo piano e non la daremo a Intesa."

È con questa premessa che il dibattito istituzionale indirizza alla governance di MPS e ai grandi player del credito un pacchetto di quesiti cruciali e non rinviabili:

La scomposizione delle funzioni direzionali minaccia di trasformare la banca locale in un banale terminale di commercializzazione dei prodotti finanziari centralizzati, desertificando il credito di prossimità.

Nelle battute decisive della partita bancaria, il rischio maggiore paventato da Futuro Nazionale è il cosiddetto "svuotamento formale": una condizione in cui la banca resta teoricamente in mano a capitali italiani, ma perde ogni capacità di guida autonoma. Nel Risiko creditizio scatenato dalla dismissione delle quote MEF, grandi gruppi bancari ed assicurativi come Intesa e Unipol emergono quali attori chiave per il consolidamento del settore. Proprietà o intese di questo peso non possono risolversi in un semplice passaggio d'aste.

Prima che si aprano ufficialmente i giochi o le adesioni alle offerte di mercato, viene richiesta la sottoscrizione di patti parasociali e impegni vincolanti caratterizzati da numeri certi, scadenze temporali e verifiche pubbliche periodiche. I requisiti non negoziabili per la salvaguardia della banca sono tre:

Nato nel 1472 per sottrarre l'economia cittadina all'usura e dare impulso alle attività produttive locali, il Monte non è un brand qualunque da valorizzare in bilancio.

La vicenda di Banca Monte dei Paschi di Siena rappresenta un caso emblematico sul rapporto tra finanza contemporanea, politica industriale e radici territoriali. La partita in atto a Rocca Salimbeni va ben oltre un resoconto trimestrale o un rimbalzo del titolo in Borsa: in gioco c'è la sopravvivenza operativa dell'istituto bancario più antico del mondo e la tenuta sociale di un intero distretto economico.