I tesori riemersi dal fango dell'Alluvione
Cosa resta di un disastro collettivo quando il tempo sfuoca i contorni dei ricordi e la voce dei testimoni diretti comincia inesorabilmente a farsi più rada? A sessant’anni esatti dal drammatico novembre del 1966, la risposta non risiede nelle commemorazioni di maniera. Batte, piuttosto, nei cassetti rimasti chiusi per decenni, nelle pellicole ingiallite e nei nastri magnetici ricoperti dal fango che oggi tornano a parlare.
Tra Firenze e i comuni della Valdelsa, il sessantennale dell'Alluvione (1966-2026) si sta trasformando in un'inaspettata e affascinante caccia al tesoro storiografica. Un viaggio corale che dimostra come il ricordo di quella ferita sia ancora incredibilmente pulsante lungo le sponde dell'Arno e dell'Elsa.
Non parliamo di una semplice passerella del ricordo. Attraverso il recupero di spartiti perduti, bobine dimenticate, reportage d'epoca e contagiose campagne di memoria partecipata sui social media, emerge un patrimonio umano e culturale sconvolgente. Ecco quattro storie eccezionali che restituiscono al presente la verità di quei giorni.
Tra le scoperte più straordinarie di questo anniversario c'è il ritrovamento e il restauro del documentario del 1968 "L'Arno è anche un fiume", diretto da Vittorio Togliatti e prodotto da Unitelefilm per il PCI. La pellicola, della durata di 27 minuti, è stata strappata all'oblio grazie al lavoro di ricerca del MartLab del Conservatorio "Luigi Cherubini" di Firenze, a partire da una copia d'epoca custodita presso l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma.
Il documentario non si limita a mostrare il disastro, ma ricostruisce con lucidità le circostanze sociali e le contraddizioni ambientali che precedettero l'inondazione del 1966. La vera folgorazione emersa dal restauro è l'inedita colonna sonora firmata da Luigi Nono. Realizzata con sperimentazioni elettroniche presso lo Studio di Fonologia della Rai di Milano, la musica del maestro veneziano era finora del tutto sconosciuta a storici e musicologi.
Le sonorità metalliche, tese e graffianti di Nono risuonano oggi come un ponte temporale diretto con la tragedia vissuta dallo stesso Conservatorio Cherubini: durante l'alluvione, l'acqua e la melma invasero la biblioteca, distruggendo l'intera mediateca e danneggiando oltre 900 preziosissimi manoscritti, poi tratti in salvo dall'eroico intervento degli Angeli del Fango.
"Le sonorità di Luigi Nono, restaurate in modo mirabile dal nostro laboratorio, stridono, graffiano e accompagnano le immagini e le nostre coscienze, interrogandoci sul nostro instabile futuro" dichiara Rosa Maria Di Giorgi, Presidente del Conservatorio Cherubini.
A Castelfiorentino, uno dei centri più duramente colpiti dall'esondazione del fiume Elsa — con un bilancio drammatico di quattro vittime e oltre cinque miliardi di lire di danni dell'epoca —, la memoria è riemersa dall'oscurità dei cassetti privati di Jaurès Baldeschi.
Con l'inconscienza e la foga dei suoi anni giovanili, Baldeschi affrontò le ore più drammatiche dell'alluvione imbracciando una cinepresa 8mm e una fotocamera. Per sessant'anni ha custodito ben 168 rullini fotografici mai sviluppati e una pellicola d'epoca che documenta passo dopo passo la rottura degli argini dell'Elsa e la devastazione di case, botteghe e fabbriche. Un patrimonio salvato e valorizzato dal progetto promosso dal Circolo del Cinema Angelo Azzurro UICC (di cui Baldeschi è direttore artistico) insieme a Banca di Cambiano 1884 ed Ente Cambiano, portando all'esposizione di 60 scatti inediti al Centro Culturale Cambio e alla proiezione del filmato al Ridotto del Teatro del Popolo.
Dalla pellicola analogica al restauro in alta definizione, il passaggio alla digitalizzazione ha trasformato l'audace reportage di un ragazzo in un monumento documentario insostituibile per l'intera comunità.
Nelle sale di Palazzo Medici Riccardi, la mostra "Per le vie di Firenze, dopo l'Alluvione, negli scatti di Giorgio Lotti e dell'Esercito Italiano" mette a confronto la testimonianza visiva del celebre fotoreporter milanese con i documenti d'archivio delle forze armate.
L'esposizione accende i riflettori sull'imponente macchina dei soccorsi: circa 8.500 militari furono mobilitati dal Comando regionale militare toscano (rievocato dal Colonnello Paolo Cespi) per spalare la melma, ripristinare le vie di comunicazione e trarre in salvo centinaia di persone. Un lavoro titanico che vide i soldati in prima linea anche nella salvaguardia del patrimonio artistico mondiali, a partire dai recuperi nella Basilica di Santa Croce. A questo affresco storico si intreccia il racconto intimo di Giorgio Lotti, partito di gran carriera da Milano dopo le prime notizie di cronaca e giunto in una Firenze al buio e sommersa.
"Sono felice di aver realizzato questa mostra, soprattutto per le nuove generazioni che non hanno vissuto direttamente quei momenti. Una sera, intorno alle 22, arrivarono le notizie delle difficoltà che stava attraversando la città. Presi la macchina fotografica e partii. Arrivai a Firenze durante la notte e, dopo aver cercato riparo, all'alba iniziai a documentare quanto stava accadendo. Per tutta la giornata, immerso nell'acqua, realizzai le fotografie che oggi è possibile vedere in questa esposizione. Spero che questo mio lavoro possa essere stato utile." ha affermato Giorgio Lotti.
A Montelupo Fiorentino l'anniversario ha assunto le forme di un innovativo esperimento socioculturale. L'assessora alla Cultura Aglaia Viviani ha lanciato una raccolta informale di memorie, trasformando le bacheche dei social network in una piazza digitale della storia comune e riprendendo lo spirito del progetto Ghost Writers ideato durante i mesi del lockdown.
Senza impostazioni accademiche ma con una forte spinta partecipativa, la campagna ha trasformato il feed di Facebook in un archivio vivo, raccogliendo oltre 50 testimonianze dirette di cittadini. Sono riemersi così frammenti di vita eccezionali: come la storia del diciassettenne Guido Bitossi, che usò i camion dell'azienda familiare per spalare il fango da corso Garibaldi e dall'area della storica ceramica Fanciullacci; o il ricordo d'infanzia di Giacomo Migliori, tratto in salvo con la famiglia dai Vigili del Fuoco in viale Umberto I; fino alle surreali immagini delle barche da pesca usate come mezzo di trasporto nella piazza della frazione di Camaioni.
"L'idea era quella di organizzare un viaggio nella memoria, informale, senza alcuna pretesa scientifica, ma profondamente umano... Non cercavamo una ricostruzione storica in senso stretto: volevamo scavare nella memoria individuale per ritrovare un substrato comune, fatto di esperienze, immagini, emozioni e ricordi. Credo che anche questo sia il ruolo della cultura: stimolare le persone, farle parlare, trasformare i cittadini comuni in testimoni della storia e dare valore alla vita di ciascuno." dichiara Aglaia Viviani, Assessora alla Cultura di Montelupo Fiorentino.
Le storie riaffiorate per il sessantennale dell'Alluvione dimostrano che la memoria collettiva non è un reliquiario immobile, ma un organismo vivo che continua a parlarci. Dalla riscoperta delle sonorità d'avanguardia di Luigi Nono al recupero dei rullini rimasti per sessant'anni nei cassetti, fino alla democratizzazione della storiografia tramite i social network, l'arte e la testimonianza continuano a curare le ferite del territorio.
Come ha efficacemente sintetizzato l'Assessore alla Cultura di Castelfiorentino, Franco Spina, riscoprire la propria storia significa imparare a riconoscerci "coraggiosamente fragili", unendoci come collettività per tracciare una linea di continuità tra ciò che siamo stati e ciò che saremo.