Festival delle Regioni: il 'diritto a restare' con i fondi a rischio
Il futuro dei nostri territori si gioca oggi su un fragile e delicato equilibrio tra tendenze all'accentramento nazionale e autonomia di gestione locale. Nelle sale di Palazzo del Pegaso, negli spazi dell'Istituto Universitario Europeo a Palazzo Buontalenti e tra le opere d'arte della Galleria dell'Accademia, Firenze ha ospitato la quinta edizione del Festival delle Regioni. Sotto il tema guida "Il futuro è passato da qui", presidenti di Regione, ministri come Marina Elvira Calderone e Andrea Abodi, ed vertici delle istituzioni europee si sono confrontati sulle linee strategiche per lo sviluppo del Paese.
Al di là dei rituali istituzionali, dal dibattito sono emerse indicazioni chiare sul modo in cui le comunità locali potranno sopravvivere e prosperare. Dalla ferma opposizione all'accentramento burocratico dei fondi comunitari alle nuove definizioni strategiche per contrastare lo spopolamento dei borghi, il confronto ha messo a nudo le condizioni indispensabili per garantire servizi fondamentali, competitività e tenuta sociale.
In vista del ciclo di programmazione europea 2028-2034, le Regioni italiane si trovano di fronte a un doppio fattore di rischio: la prospettiva di un taglio compreso tra il 20% e il 25% delle risorse di coesione (a partire dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale - FESR e dai fondi per le politiche attive del lavoro) e la proposta di istituire un "Fondo unico" gestito centralmente a Roma, capace di accorpare politiche regionali e agricole.
Di fronte a questa ipotesi, l'opposizione dei governi regionali è stata unanime e trasversale rispetto agli schieramenti politici. A Palazzo Buontalenti, sede cittadina dell'Istituto Universitario Europeo, il presidente della Toscana Eugenio Giani e i governatori delle altre Regioni hanno rivolto un appello diretto al Vicepresidente della Commissione UE e Commissario per la Coesione e le Riforme, Raffaele Fitto, chiedendo con forza di scongiurare sia i tagli di bilancio, sia la centralizzazione delle autorità di gestione.
Come evidenziato anche dall'assessore alle attività produttive Leonardo Marras durante le commissioni di lavoro, un modello centralizzato a livello nazionale impedisce di calibrare gli interventi sulle reali necessità territoriali: le filiere manifatturiere, il turismo, l'agricoltura e le specificità dei singoli distretti industriali o delle aree costiere richiedono una flessibilità che un impianto burocratico unico non può garantire.
I rischi dell'interposizione statale sono stati illustrati con un caso concreto: la misura degli asili nido gratis. Gli organi centrali romani avevano inizialmente sconsigliato la Regione dal proporre tale misura a Bruxelles. Tuttavia, grazie a un confronto diretto tra l'amministrazione regionale e la Commissione Europea, il progetto non solo è stato approvato, ma è stato formalizzato a livello comunitario come "buona pratica" da replicare. Un passaggio che dimostra come l'interlocuzione diretta tra Regioni ed Europa riesca a superare le rigidità dei ministeri centrali.
Eugenio Giani ha riassunto la posizione unitaria dei Presidenti con queste parole: "Se gli interlocutori per poter veder finanziati i vari progetti devono passare da Roma invece che gestirlo direttamente le Regioni con le autorità di Bruxelles, è evidente che si crea un appesantimento burocratico."
L'autonomia nella gestione diretta dei fondi europei — che per la sola Toscana valgono 600 milioni di FESR per l'economia e oltre 400 milioni per le politiche del lavoro, oltre a interventi su efficientamento energetico, economia circolare, libri di testo gratuiti e i progetti di "Vita indipendente" per le disabilità — rappresenta l'unico reale polmone finanziario rimasto. Con i bilanci ordinari ridotti e vincolati alla spesa corrente, sottrarre alle Regioni la regia diretta delle risorse UE significherebbe mettere a rischio la tenuta stessa dei modelli di welfare territoriale.
Un secondo snodo cruciale ha riguardato il contrasto allo spopolamento dei territori periferici e marginali a favore dell'iper-concentrazione urbana. Nel dibattito che ha visto la partecipazione della presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tüttő, e del commissario Raffaele Fitto, è emersa la necessità di sancire un vero e proprio "diritto a restare", garantendo parità di servizi e qualità della vita a prescindere dalla collocazione geografica dei cittadini. In questo ambito, la discussione ha portato a una ridefinizione terminologica e concettuale della pianificazione territoriale, superando l'espressione tradizionale di "aree interne".
- Il superamento di una classificazione penalizzante: L'etichetta burocratica di "aree interne" rischia di far percepire tali contesti come territori marginali o di "serie B".
- Il modello della "Toscana diffusa": Questa impostazione concettuale restituisce pari dignità a ogni area, interpretando il territorio regionale come una rete policentrica integrata di risorse e opportunità.
Grazie ai fondi di coesione, questa visione si è declinata in interventi operativi: programmi di rigenerazione urbana, contributi per il sostegno agli affitti e potenziamento dei servizi essenziali nei piccoli borghi. Portare l'impatto dei finanziamenti europei all'interno delle piccole comunità trasforma la politica di coesione da mero sussidio a strumento di equità democratica, concretizzando il principio dell'"Europa dei popoli".
La cultura può e deve operare come fattore strutturale di salute pubblica e coesione sociale, superando la sola dimensione conservativa o turistica. Questa prospettiva è stata al centro della Commissione Cultura della Conferenza delle Regioni, allestita direttamente nella Galleria dell'Accademia, ai piedi del David di Michelangelo.
Alla sessione — coordinata da Simona Ferro e introdotta dalla direttrice del museo Andreina Contessa — hanno preso parte l'assessora regionale alla cultura Cristina Manetti e la sottosegretaria al Ministero della Cultura Lucia Borgonzoni. I lavori hanno approfondito il tema del welfare culturale, ossia l'impatto positivo e misurabile che la fruizione artistica e le attività culturali esercitano sul benessere psicofisico e sull'inclusione della cittadinanza.
L'assessora Cristina Manetti ha sintetizzato la rilevanza strategica dell'iniziativa: "Portare il confronto istituzionale direttamente nei luoghi del patrimonio artistico significa anche ribadire che la cultura non è soltanto conservazione e fruizione, ma uno strumento vivo di partecipazione, crescita e benessere collettivo."
Integrare le risorse culturali nelle reti di assistenza e prevenzione territoriali segna un cambio di paradigma nell'azione pubblica: il patrimonio artistico cessa di essere un bene statico per diventare un fattore attivo di sviluppo umano e qualità della vita.
Nel corso della plenaria dei Presidenti alla Galleria dell'Accademia, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha siglato un protocollo d'intesa con Cassa Depositi e Prestiti. L'intesa nasce per affiancare alle amministrazioni regionali competenze finanziarie e tecniche altamente specializzate, necessarie per accelerare la capacità di spesa e l'esecuzione delle opere pubbliche. Nello specifico, CDP fornirà supporto su tre direttrici primarie:
- Consulenza tecnica di progetto: Assistenza specialistica per le fasi di programmazione, attuazione e monitoraggio degli investimenti sul territorio.
- Accesso al credito per le PMI: Sviluppo di strumenti dedicati a facilitare il finanziamento del tessuto produttivo locale.
- Internazionalizzazione: Piani di affiancamento per accompagnare la crescita delle piccole e medie imprese sui mercati esteri.
Valutando l'impatto dell'accordo, il presidente Eugenio Giani ha sottolineato come "si tratti di una sinergia importante che può accelerare ed aiutare investimenti e crescita dei territori".
L'accordo evidenzia una dinamica chiara per la governance locale: in un contesto segnato dalla rigidità dei bilanci pubblici e dai vincoli di finanza pubblica, l'alleanza strategica e tecnica con istituzioni finanziarie specializzate come CDP diventa la condizione necessaria per trasformare la programmazione teorica in cantieri e sviluppo reale.
I lavori del 5° Festival delle Regioni hanno tracciato un quadro netto per l'amministrazione dei territori: il mantenimento di adeguati livelli di servizio e la competitività del tessuto produttivo dipendono dalla capacità di preservare l'autonomia di gestione delle Regioni, da un'interlocuzione diretta con le istituzioni comunitarie e dall'adozione di strumenti operativi e culturali innovativi. La difesa dell'autonomia programmatoria rispetto alle spinte centraliste si conferma così la priorità per tutelare i diritti elementari dei cittadini.