Dove è diretta la nuova rotta della multiutility toscana?

Nicola Novelli

In politica, il concetto di "indispensabile" ha una data di scadenza sorprendentemente breve. Quella che fino a ieri era presentata come l’unica via per la sopravvivenza industriale della Toscana — la quotazione in borsa della Multiutility — è stata improvvisamente declassata a un ingombro del passato. Questo corto circuito ideologico ci restituisce un’operazione in piena metamorfosi, sospesa tra la retorica del "bene comune" e una realtà finanziaria decisamente più complessa e fragile di quanto ammesso finora.

Il passaggio dalla strategia dell'era Nardella, imperniata sulla quotazione (IPO), alla scelta di un affidamento interamente pubblico in Plures segna un'inversione a U che non è solo tecnica, ma profondamente politica. Un ruolo determinante in questo ribaltamento è stato giocato dalle pressioni di Alleanza Verdi e Sinistra all'interno del Comune e della Regione, che hanno imposto un cambio di paradigma. Per molti osservatori, questa mossa ha generato uno stato di "assoluta confusione", trasformando un progetto nato per attrarre capitali in un esperimento di gestione diretta dalle alterne fortune.

"Finalmente si chiude una volta per tutte all’ipotesi della quotazione in borsa e quindi alla possibilità da parte del mondo della finanza di lucrare sull’acqua, un risultato straordinario se si considera che solo due anni fa sembrava l’unico fra gli scenari possibili." (Fausto Bosco).

L'inserimento del servizio idrico nel perimetro societario non è una semplice scelta di campo, ma una necessità per puntellare una struttura societaria definita "ancora troppo fragile". L'acqua garantisce introiti certi e costanti, fungendo da polmone finanziario per una Multiutility che deve gestire settori meno redditizi o più indebitati. Tuttavia, esiste un rischio sistemico: se questi utili venissero usati per coprire i buchi neri della holding invece di essere reinvestiti nel settore idrico, l'efficientamento delle reti diventerebbe un miraggio.

"Nell’epoca Nardella siamo stati fortemente sensibilizzati sul fatto che la quotazione in borsa fosse indispensabile per la buona riuscita dell'operazione. Oggi v’è un cambiamento di rotta totale: no quotazione in borsa e inserimento dell'acqua, fonte di introiti certi evidentemente. Cosa ha fatto cambiare idea al PD?" dichiara il consigliere comunale di centro Luca Santarelli.

Nonostante la "vittoria" della gestione pubblica, il portafoglio dei cittadini non beneficerà di alcun sollievo immediato, con rincari previsti dai documenti ufficiali dell’ATO almeno fino al 2029. La narrazione politica della riduzione dei costi si scontra con il principio della "remunerazione del capitale investito", che pone il peso degli ammodernamenti direttamente sulle tariffe. La realtà è che il sistema sconta anni di ritardi strutturali che la nuova gestione "in house" eredita interamente.

La gestione uscente, guidata da Alberto Irace, viene oggi criticata per un'ambizione che non ha trovato riscontro nei risultati industriali, a partire dall'autosufficienza impiantistica mai raggiunta. Sotto la lente d'ingrandimento sono finite anche scelte gestionali controverse, come l'acquisto di impianti eolici a Benevento o le ingenti spese per gli eventi di Capodanno, che hanno alimentato dubbi sulla trasparenza. La richiesta di discontinuità punta ora a una leadership selezionata per capacità tecnica e non per vicinanza ai partiti, necessaria per gestire un assetto così radicalmente mutato.

"Bisogna passare a un criterio diverso di selezione dei dirigenti Alia-Plures: non per vicinanza politica e per fedeltà ma per oggettiva capacità. [...] Serve una forte discontinuità: lo scenario è completamente diverso da quello con il quale è partito Irace" dichiara il consigliere comunale di destra Paolo Bambagioni.

La Multiutility toscana si trova oggi a dover dimostrare che il ritorno al "pubblico" non sia soltanto un paravento ideologico per nascondere l'incapacità di stare sul mercato. Resta aperto il dubbio se la politica sarà in grado di gestire beni comuni con efficienza industriale o se finirà per trasformare i servizi essenziali in un ammortizzatore per le inefficienze amministrative. Riusciranno i sindaci a garantire investimenti e trasparenza senza la disciplina del mercato, o abbiamo semplicemente scambiato il rischio della finanza con l'opacità della gestione politica?