CPR: la Toscana si ribella

Redazione Nove da Firenze

Sulle colline della Lunigiana, tra i borghi che profumano di storia e resistenza, si sta consumando una frattura insanabile tra il territorio e lo Stato centrale. Il caso della località Pallerone, nel comune di Aulla, è diventato il simbolo di un fallimento che non è più solo burocratico, ma profondamente umano. È possibile essere privati della libertà personale per diciotto mesi senza aver commesso alcun reato? In uno Stato di diritto, la risposta dovrebbe essere un "no" categorico; eppure, la detenzione amministrativa è diventata il limbo in cui migliaia di persone vengono segregate non per le loro azioni, ma per la loro condizione di "irregolarità".

La Toscana, terra di diritti e accoglienza diffusa, ha alzato gli scudi. Il voto di oggi del Consiglio Regionale contro l'istituzione del CPR di Aulla e dell'hotspot di Collesalvetti è la denuncia di un modello emergenziale che, dopo anni di promesse sulla sicurezza, si è rivelato una voragine di spesa pubblica e un deserto di risultati.

La narrazione governativa ha sempre giustificato i Centri di Permanenza per il Rimpatrio come lo strumento indispensabile per garantire la legalità. Tuttavia, i dati tecnici del monitoraggio 2025 del Tavolo Asilo e Immigrazione raccontano una realtà diametralmente opposta. Nonostante l'estensione dei tempi di detenzione fino al limite estremo di 18 mesi, l'efficacia del sistema rimane irrisoria.

Nel 2024, appena il 10,4% dei rimpatri complessivi è avvenuto attraverso il passaggio in queste strutture. Se si amplia lo sguardo al periodo 2011-2024, la media crolla al 9,9%. È un fallimento strutturale, non congiunturale: si comprimono i diritti fondamentali e si investono capitali immensi per un risultato che sfiora a stento la soglia dell'irrilevanza statistica.

Il cuore del problema risiede nell'evoluzione normativa del trattenimento. Con i decreti-legge D.L. 20/2023 e D.L. 124/2023, il legislatore ha trasformato quella che doveva essere una misura eccezionale in una pratica ordinaria di segregazione. I CPR sono oggi "istituzioni totali" nel senso più oscuro del termine, richiamando quella critica di Franco Basaglia che portò alla chiusura dei manicomi: luoghi opachi, fuori dallo sguardo della comunità, dove la persona viene annullata.

Non si tratta di carceri per criminali, ma di spazi di sospensione del diritto per chi attende un’identificazione o un volo che, nel 90% dei casi, non arriverà mai. In questi 18 mesi di "nulla" burocratico, la vita delle persone viene congelata in una dimensione alienante, dove la mancanza di prospettive diventa una forma di tortura psicologica legalizzata.

Il rapporto di monitoraggio del 2025 traccia un quadro clinico. All'interno dei centri, dalla periferia di Milano alle coste di Brindisi, la salute non è un diritto, ma un lusso negato. Il degrado degli ambienti e l'isolamento forzato producono una sofferenza psichica che le autorità scelgono di gestire non con la cura, ma con la sedazione.

La resistenza toscana si muove su due fronti: il CPR di Pallerone (Aulla), destinato alla detenzione, e l'hotspot di Collesalvetti, pensato per l'identificazione rapida legata ai porti di Livorno e Carrara. La Regione ha respinto entrambi i modelli, rivendicando la validità dell'accoglienza diffusa contro la logica della concentrazione.

Il fronte politico apparso in Consiglio Regionale è stato sorprendentemente ampio. Se le forze di maggioranza (PD e AVS) hanno guidato la mozione, si è registrata una crepa significativa nello schieramento avverso: Jacopo Maria Ferri di Forza Italia ha votato a favore della mozione contro il CPR di Aulla. Una scelta che, pur difendendo astrattamente la "legalità" dello strumento, ne ha ammesso l'incompatibilità con la valorizzazione del territorio della Lunigiana.

Il sindaco di Prato, Matteo Biffoni (PD), ha sintetizzato il sentimento generale citando il mito toscano Gino Bartali: "È tutto sbagliato, è tutto da rifare". Una bocciatura totale di un sistema che il consigliere Massimiliano Ghimenti ha definito con fermezza: "La Toscana, terra di diritti e di accoglienza, non può e non vuole accettare l’istituzione di veri e propri centri di detenzione preventiva per persone che non hanno commesso alcun reato. [...] Chiediamo alla Giunta di bloccare un modello disumano che calpesta i diritti civili e non risolve alcuna emergenza."

Dall'altra parte, le voci della destra come quella di Francesco Torselli (FdI-ECR) continuano a invocare i CPR come risposta alla sicurezza, citando episodi di aggressione alle forze dell'ordine per giustificare il pugno di ferro. Eppure, proprio i dati dimostrano che questi centri, lungi dal garantire sicurezza, diventano spesso "calamite per la delinquenza" e spazi di degrado che gravano sulle comunità locali.

Il modello CPR non è solo eticamente discutibile. Mentre l'Europa si prepara all'entrata in vigore del Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, il rischio è che la detenzione diventi la norma ordinaria per la gestione dei flussi migratori. La Toscana ha scelto di non essere il laboratorio di questo esperimento. Ha scelto di denunciare l'opacità di un sistema che brucia risorse.