Apertura della caccia in Toscana, c'è polemica

Redazione Nove da Firenze

L’estate del 2026 non è stata soltanto una stagione di calore intenso; è diventata il parametro di una crisi sistemica che la politica regionale fatica a metabolizzare. I dati del consorzio LaMMA delineano un quadro inequivocabile: il bimestre giugno-luglio 2026 si è attestato come il secondo più caldo in Toscana dal 1955, superato solo dalla parentesi estrema del 2003. A Firenze, il fenomeno ha assunto contorni distopici, con ventisette giorni oltre i 36 gradi e ventisette "notti tropicali"consecutive.

In questo contesto, segnato da un deficit pluviometrico del 57%, la decisione della Giunta regionale di confermare le pre-aperture della caccia espone una frattura profonda tra la realtà ecologica e la prassi normativa. Quando il territorio soffre una simile aridità, ignorare lo stato di salute della fauna selvatica non è più una scelta di gestione venatoria, ma un fallimento della governance ambientale.

L’analisi delle attuali disposizioni evidenzia quella che potremmo definire una "obsolescenza sistemica" della pianificazione regionale. Dmitrij Palagi rileva che il calendario venatorio 2026-2027 integra già un meccanismo di tutela climatica, ma lo fa attraverso una logica monodirezionale che appare anacronistica nell'era dell'Antropocene.

Attualmente, le norme impongono la sospensione immediata dell'attività venatoria per specie come la beccaccia in caso di gelo intenso o avversità atmosferiche repentine. Tuttavia, il sistema non contempla alcun automatismo speculare per le ondate di calore estremo. È un’asimmetria concettuale pericolosa: la legge riconosce la vulnerabilità della fauna quando la colonnina di mercurio scende, ma resta inerte quando il calore e la siccità decimano le risorse vitali. Questa logica climatica a senso unico ignora che lo stress termico è un fattore di mortalità altrettanto determinante del gelo.

La richiesta di posticipare l’apertura generale al 1° ottobre non nasce da un pregiudizio ideologico, ma dalla necessità di allineare la politica alle evidenze tecniche prodotte da ISPRA, LaMMA e ANBI. I dati dimostrano che l'attuale combinazione di calore e siccità sta portando la biodiversità regionale verso un punto di rottura.

Sulla base di queste premesse, i consiglieri regionali AVS Lorenzo Falchi, Diletta Fallani e Massimiliano Ghimenti hanno richiamato la Regione a un dovere di tutela superiore: “La documentazione scientifica prodotta dalle associazioni e il richiamo alle norme nazionali ed europee sono di una chiarezza evidente. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di un atto dovuto per tutelare un patrimonio indisponibile come la fauna selvatica, già messo a dura prova da un’estate di caldo record e siccità estrema.”

La risposta della Regione, formalizzata nella delibera di Giunta n. 959, appare sorprendentemente fragile se confrontata con la magnitudo della crisi in corso. Per autorizzare le pre-aperture del 2 e 6 settembre — che permettono il prelievo di storno, piccione e tortora dal collare dalle 6:00 alle 19:00 — la Giunta ha utilizzato una motivazione di appena due righe, invocando la protezione delle colture oleoproteaginose in fase di maturazione.

Questa stringata giustificazione politica collide frontalmente con i dati dell'Autorità di bacino distrettuale dell'Appennino Settentrionale, che ha classificato il territorio in uno stato di severità idrica media. Con riserve idriche ridotte ai minimi termini e animali costretti a concentrarsi in modo innaturale presso i pochi specchi d'acqua residui, la scelta di non applicare il principio di precauzione appare come una rinuncia della politica al suo ruolo di arbitro tra interessi settoriali e salute dell'ecosistema.

Il caso di Firenze offre una prospettiva cruciale sulla dimensione politica della questione. Nel capoluogo, il 98,8% della superficie comunale è già precluso all'attività venatoria, grazie a zone di protezione come "Firenze" e aree di ripopolamento come "Settemerli".

Tuttavia, queste aree non sono "recinti" isolati. La normativa chiarisce che la loro funzione è la riproduzione finalizzata all’irradiamento della fauna sul territorio circostante. In questo senso, la protezione garantita all'interno dei confini fiorentini è un investimento biologico che beneficia l'intera regione. La posizione della Sindaca di Firenze acquisisce quindi un peso specifico notevole: in quanto guida anche della Città Metropolitana, ha il potere e l'onere politico di agire come garante della biodiversità su vasta scala, chiedendo alla Regione di non vanificare gli sforzi di conservazione locale attraverso deroghe provinciali indiscriminate.

La Toscana è chiamata a dare un segnale di serietà che superi le pressioni stagionali dei gruppi di interesse. Continuare a ignorare i pareri degli organismi scientifici nazionali ed europei significa agire al di fuori della realtà ecologica del nostro tempo. Anteporre la salute del patrimonio naturale alle scadenze del calendario venatorio non è un atto di ostilità verso una categoria, ma una necessità pragmatica per preservare la risorsa stessa.

Da qui le due richieste della sinistra toscana: la calendarizzazione immediata della mozione presentata il 20 luglio contro il disegno di legge nazionale sulla caccia (A.C. 2984), attualmente in Sesta Commissione con parere atteso entro il 5 settembre, e un intervento diretto della Sindaca e della Giunta affinché scrivano alla Regione prima del 2 settembre per chiedere la cancellazione delle preaperture e il rinvio dell'apertura generale.