​500 studenti e 12 docce alla Residenza Calamandrei

Redazione Nove da Firenze

La normalità si è spezzata sabato scorso, proprio all'inizio di un fine settimana che avrebbe dovuto essere di studio o riposo per gli oltre 500 residenti della Calamandrei, la più grande struttura universitaria di Firenze in viale Morgagni. Il collasso delle pompe idriche è stato l'innesco di una crisi che ha isolato centinaia di fuori sede. Mentre i rubinetti smettevano di erogare acqua ai piani alti, si apriva una voragine tra la gestione asettica dell'Azienda Regionale DSU Toscana e il vissuto brutale di chi, improvvisamente, si è ritrovato privato dei diritti igienici più elementari.

Il DSU ha subito puntato sulla "continuità parziale": il piano terra e la mensa funzionano, dicono. Ma analizzando i numeri, questa narrazione svela un paradosso logistico. Dichiarare che una residenza da 500 posti è "funzionante" perché l'acqua arriva in mensa o nei bagni comuni è un insulto alla logica. Per una popolazione così vasta, la disponibilità di pochi punti d’acqua al piano terra non è un servizio, è un imbuto. Questa "crisi a metà" ha costretto centinaia di studenti a una migrazione interna degradante per le necessità fisiologiche più elementari, trasformando zone comuni già affollate in un campo profughi urbano.

Il linguaggio istituzionale del DSU è un capolavoro di rimozione: l'azienda afferma che le soluzioni temporanee sono state "accolte consapevolmente" e che non risultano "particolari obiezioni". Come se degli studenti potessero "scegliere" deliberatamente un bagno chimico in un parcheggio. A questa narrazione si contrappone la testimonianza di Serafima, che descrive il guasto del fontanello dell'acqua potabile, che ha tagliato anche l'accesso al bere: "Da giorni non possiamo usare normalmente bagni, docce e servizi essenziali. Non abbiamo nemmeno la possibilità di lavarci le mani in modo normale dentro la residenza. [...] Vivere per cinque giorni senza acqua in una residenza studentesca con più di 500 persone è un’emergenza igienico-sanitaria e anche un problema di sicurezza, non un semplice disagio tecnico."

L’azienda ha tentato di tamponare la falla con misure che, numeri alla mano, risultano umilianti:

Oltre all'insufficienza numerica, emerge un problema di sicurezza sistemico. Obbligare gli studenti a uscire dalla struttura per lavarsi in un'area esterna non protetta, magari in piena notte, trasforma un diritto in un rischio, ignorando totalmente la vulnerabilità dei residenti.

Il DSU si è trincerato dietro email che parlano di "tecnici al lavoro" senza mai nominare il guasto specifico, il pezzo di ricambio mancante o una timeline certa. Non sapere cosa sia rotto impedisce agli studenti di valutare la gravità della loro condizione. In questo vuoto informativo, l'unica fonte reale è diventata il "tam-tam" dei gruppi social studenteschi. Mentre l'istituzione comunica per protocolli, gli studenti comunicano scambiandosi informazioni su quali docce funzionino o su dove trovare acqua potabile dopo la rottura del fontanello.

La crisi della Calamandrei non è un incidente idraulico; è il fallimento di una visione politica dell'accoglienza universitaria. Se un alloggio non garantisce l'igiene di base, smette di essere un diritto. Perché il collasso della più grande residenza di Firenze è rimasto confinato nel silenzio dei media locali per giorni? Se 500 turisti in un hotel del centro fossero rimasti senza acqua e costretti ai bagni chimici, avremmo assistito allo stesso silenzio? La responsabilità sociale verso gli studenti fuori sede non si esaurisce con una riparazione tardiva, ma inizia con il riconoscimento della loro dignità di cittadini, non di semplici numeri di matricola in attesa di un'intervista burocratica.