​Sollicciano al collasso di sistema

Redazione Nove da Firenze

Il 16 giugno 2026 segna il punto di non ritorno. Per la prima volta nella storia repubblicana, un Giudice per le Indagini Preliminari ha dovuto "arrestare" l'incapacità dell'amministrazione penitenziaria, disponendo il sequestro preventivo di sette sezioni di Sollicciano.

La Magistratura è dovuta intervenire per sanzionare il fallimento dell'Esecutivo. I sigilli del GIP non hanno colpito una ditta privata, ma lo Stato stesso, certificando l'invivibilità di una struttura piegata da infiltrazioni e infestazioni. Eppure, non è stata una sorpresa. I verbali ufficiali dell'AUSL, documenti sanitari che descrivevano con precisione l’orrore igienico delle celle, giacevano sulle scrivanie di Palazzo Vecchio fin dal dicembre 2025. Per sei mesi, la politica ha scelto l'immobilismo. È la prova che non è mancata la conoscenza, ma la volontà politica di agire prima che la situazione precipitasse nel sequestro giudiziario.

C’è un’omissione che pesa sulla coscienza dell’amministrazione fiorentina. Secondo l'Articolo 50 del Testo Unico degli Enti Locali, il Sindaco, nella sua veste di Autorità Sanitaria Locale, ha il potere — e il dovere — di intervenire con ordinanze contingibili e urgenti per chiudere strutture che minaccino la salute pubblica. Carceri incluse.

Perché una giunta che si professa erede della grande tradizione umanista fiorentina ha rinunciato a usare il suo strumento legale più potente? Non esercitare le prerogative dell'Art. 50 davanti a muffe e infestazioni documentate non è solo prudenza politica; è una latitanza istituzionale che ha lasciato centinaia di esseri umani in condizioni di pericolo sanitario fino all'intervento dei sigilli.

Il Garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani, ha delineato la "colonna morale"di questa battaglia: la responsabilità dello Stato non è discrezionale, è un obbligo contratto forzatamente con chi è privato della libertà: "Lo Stato, nel momento in cui ne assume la custodia, contrae un debito assoluto. Ha il dovere inderogabile di garantire una custodia che rispetti la dignità umana e che sia orientata alla rieducazione."

Questo "debito" è stato tradito col sangue. Solo pochi giorni fa, Sollicciano ha visto morire un uomo di 75 anni, già gravemente provato da un precedente ictus e abbandonato al calore torrido di una cella inadeguata. Quasi contemporaneamente, a Prato, un giovane di 26 anni si è spento nel sonno per un arresto cardiaco. Se la custodia di un settantacinquenne reduce da un ictus in un edificio "sotto sequestro" non è negligenza criminale, cos'altro può esserlo? Quando lo Stato non garantisce la sopravvivenza dei suoi prigionieri, il carcere smette di essere un luogo di giustizia e diventa un perimetro di puro punizionismo e totale abbandono.

Federico Gianassi, deputato del Partito democratico e segretario del Pd di Firenze contesta poi radicalmente la politica degli annunci da parte del Governo: “È finito il tempo delle parole e degli annunciati approfondimenti. Da anni si continua a rivendicare la presenza di 9 milioni di euro per le ristrutturazioni che sono pochi rispetto alle gravi esigenze. Venne il sottosegretario Ostellari a parlarne tre anni fa, poi è venuto Delmastro due anni fa a annunciare gli stessi 9 milioni e ora si parla nuovamente di quei 9 milioni. Il tempo degli annunci è finito, serve agire. Il governo assuma un impegno chiaro: se lo farà, saremo al suo fianco per imporre una svolta. Scommettere sulla rinascita di Solliciano e cancellare questa infamia rappresenterebbe un incredibile segnale di speranza per le nostre istituzioni democratiche”.

La soluzione non può essere l'ennesima colata di cemento. Sollicciano non ha bisogno di nuove mura, ma di un radicale svuotamento. Il carcere è diventato un "deposito di fragilità", un contenitore dove la politica nasconde ciò che non sa gestire: la sofferenza psichica e le dipendenze.

La gestione amministrativa dell'emergenza post-sequestro ha però rivelato un lato inquietante dell'incompetenza: l'Assessore competente ha ammesso di non possedere nemmeno l'elenco dei 200 detenuti trasferiti. Persone sradicate dal loro territorio e dai loro legami sociali, disperse in una galassia carceraria frammentata, senza che il Comune sappia chi sono e dove sono finiti. La via d'uscita è solo una:

Il 22 settembre 2026, le condizioni di vita a Sollicciano saranno portate al vaglio della Corte Costituzionale. Il sovraffollamento, che ha toccato punte intollerabili del 158-170%, non verrà più discusso come un dato statistico nei talk show, ma come una violazione strutturale dell'Articolo 27 della Costituzione.

Non possiamo più permetterci il lusso dell'indifferenza. Quella che Giuseppe Fanfani ha definito una "mattanza indegna di un Paese civile" è il "frutto avvelenato di una concezione del carcere" inteso solo come segregazione.

La crisi di Sollicciano è è il sintomo di una politica distratta che ha smesso di considerare la dignità umana come un valore non negoziabile. Ogni volta che ci voltiamo dall'altra parte davanti alla morte di un detenuto fragile, stiamo erodendo un pezzo della nostra stessa libertà.