Un impianto ‘vivente’ che produce insulina
"All’inizio sembra quasi un paradosso: un oggetto costruito in laboratorio che non è soltanto un dispositivo, ma un organismo in miniatura, capace di percepire, reagire, adattarsi. Un frammento di vita progettato per essere accolto nel corpo umano come un ospite silenzioso, discreto, ma decisivo.È questo - fa sapere Primo Mastrantoni, presidente Comitato tecnico-scientifico di Aduc - il cuore della ricerca guidata da Shady Farah, giovane scienziata israeliana del Technion – Israel Institute of Technology, che insieme a un team internazionale ha immaginato qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza: un impianto “vivente” in grado di produrre insulina in autonomia.
La storia comincia nei corridoi del Technion, a Haifa, dove il laboratorio della professoressa Farah è un crocevia di discipline: ingegneria chimica, biologia sintetica, nanotecnologie. Qui, tra microscopi e stampanti 3D di nuova generazione, prende forma un’idea radicale: non costruire un dispositivo che imita un organo, ma costruire un organo stesso, in versione ridotta, controllata, programmabile.Il prototipo è minuscolo, quasi fragile a vedersi. Una piccola struttura morbida, racchiusa in un materiale che sembra gelatina ma è in realtà un sofisticato polimero ingegnerizzato.
Dentro, cellule vive: cellule che respirano, consumano energia, e soprattutto rispondono al glucosio.Quando il livello di zucchero sale, l’impianto si attiva. Quando scende, si calma.Un ritmo, un respiro. Un comportamento che ricorda da vicino quello di un pancreas sano.La sfida più grande, però, non è stata far funzionare le cellule. È stato proteggerle.Il sistema immunitario umano, infatti, non tollera facilmente intrusi, nemmeno se benevoli. Per questo il team ha lavorato a un guscio protettivo capace di lasciar passare nutrienti e segnali chimici, ma non anticorpi.
Una sorta di armatura semipermeabile che permette all’impianto di vivere nel corpo senza essere attaccato.Il progetto non è nato in solitudine. Attorno a Farah si è raccolta una rete di collaborazioni che attraversa l’Atlantico: MIT, Harvard, Johns Hopkins, University of Massachusetts. Ognuno ha portato un tassello: chi la competenza sui materiali intelligenti, chi la biologia cellulare, chi la modellazione dei flussi di insulina.È un lavoro corale, quasi orchestrale, dove ogni laboratorio suona una parte diversa della stessa sinfonia.Gli scienziati parlano con cautela, come sempre accade quando si tocca un tema delicato come il diabete di tipo 1.
Non promettono miracoli, non annunciano cure definitive. Ma ammettono che qualcosa, qui, si è mosso.Per la prima volta, un impianto biologico ha mostrato di poter funzionare come un organo, non come una macchina.E questo cambia tutto.Immaginare un futuro in cui una persona non debba più misurare la glicemia più volte al giorno, né regolare manualmente l’insulina, non è più un esercizio di ottimismo. È una possibilità concreta, anche se ancora lontana.Serviranno anni di test, studi clinici, verifiche di sicurezza.
Ma la direzione è tracciata.Nel laboratorio del Technion, intanto, l’impianto continua a pulsare sotto la luce bianca delle lampade.È piccolo, quasi invisibile.Eppure, in quel minuscolo frammento di vita artificiale, c’è l’eco di una promessa: che la tecnologia, quando si fonde con la biologia, può diventare qualcosa di più grande di entrambe.Può diventare cura", conclude Primo Mastrantoni, presidente Comitato tecnico-scientifico di Aduc.