Legge sulla Montagna: l'Italia rischia di perdere la spina dorsale
Le vette italiane, nel nostro immaginario collettivo, rappresentano la purezza, il turismo di qualità e la resilienza di tradizioni antiche. Ma oggi, dietro questa facciata da cartolina, si sta consumando un vero e proprio cortocircuito istituzionale. Quella che era stata presentata come la grande riforma per il rilancio delle "Terre Alte" si sta rivelando una "brutta pagina" della nostra politica territoriale, capace di trascinare i Comuni montani in un pericoloso limbo amministrativo.
Il nuovo Dpcm sui criteri di montanità non è solo un errore burocratico; è un atto che calpesta le reali necessità del territorio. Come denunciato da Luca Marmo (Anci Toscana) e Marco Bussone (UNCEM), i criteri sono apparsi "sbagliati sin dalla Legge". Il meccanismo sta producendo una frammentazione codificata attraverso due liste separate: un primo elenco già pubblicato in Gazzetta Ufficiale e un secondo ancora "in costruzione".
Questa procedura non è un dettaglio tecnico, ma una mannaia che spacca in due il sistema montano. Da una parte troviamo amministrazioni "salvaguardate" e dall'altra amministrazioni "escluse", relegate nell'incertezza. La montagna non è un mosaico di pezzi indipendenti, ma un sistema interconnesso dove la continuità di valli, economie e servizi è l'unico presupposto per la sopravvivenza.
Il declino non passa solo per le mappe, ma soprattutto per le casse. L'analisi lucida dei dati UNCEM rivela un drastico e allarmante calo delle risorse. Se nel biennio precedente il Fondo nazionale sembrava solido, le previsioni per il prossimo futuro delineano un disinvestimento strutturale:
- 2023-2024: 200 milioni di euro (integralmente assegnati);
- 2025: 80 milioni di euro;
- 2026: 70 milioni di euro.
Non si tratta solo di una contrazione numerica. Il rischio politico è che, in assenza di un accordo rapido tra le Regioni per l’assegnazione, queste risorse finiscano per "andare altrove", svanendo nel nulla. Senza fondi certi, parlare di sicurezza del territorio o di competitività del Paese diventa pura retorica.
La riforma sta generando un clima di tensione che sfocia nell'esclusione democratica: UNCEM denuncia di essere stata "strumentalmente non invitata" alle Conferenze Unificate, un segnale inquietante di come si voglia procedere senza il confronto con chi rappresenta i territori. Questo isolamento istituzionale ha ricadute dirette sulla vita quotidiana dei cittadini.
Siamo a poche settimane dall'inizio dell'anno scolastico e i Sindaci non hanno ancora certezze. L'effetto domino colpisce:
- Scuola e Sanità: Pilastri della dignità abitativa in quota.
- Trasporti Pubblici: L'unico cordone ombelicale con la pianura.
- Dissesto Idrogeologico: Una minaccia che, se non prevenuta in montagna, travolge le città a valle.
L'incapacità di dare risposte concrete in questa fase di transizione dimostra quanto la montagna sia trattata come un peso marginale invece che come una risorsa.
C'è un profondo senso di tradimento nelle parole dei rappresentanti montani. Il malessere nasce da anni di promesse non mantenute e dalla presenza di esponenti politici che millantano impegni senza mai passare all'operatività. La richiesta è chiara: basta con le prese in giro e con gli schieramenti partitici che bloccano lo sviluppo.
La montagna esige un fronte comune. Non è una battaglia di parte, ma una questione di responsabilità nazionale. È tempo di superare la logica dell'assistenzialismo sporadico e riconoscere che le Terre Alte sono il motore energetico e ambientale dell'Italia.
Dobbiamo smettere di guardare alla montagna come a un'area da sussidiare. Essa è una risorsa strategica per l'energia, l'ambiente e la sicurezza dell'intera nazione. Se la spina dorsale del Paese si spezza a causa di una riforma divisiva e sottofinanziata, l'intero corpo sociale ed economico dell'Italia ne pagherà le conseguenze, dalle pianure industrializzate alle coste turistiche. La coesione territoriale non è un optional legislativo, ma l'unico strumento per evitare il declino.