Mario Biondi: 20 anni di This Is What You Are

Redazione Nove da Firenze

Esistono timbri vocali che agiscono come una memoria muscolare: appena vibrano nell'aria, sai esattamente dove ti trovi. Quello di Mario Biondi appartiene a questa rara categoria. Non è solo una questione di ottave o di estensione, ma di grana, di quella sabbia calda che riporta alla Detroit degli anni '70 pur essendo nata all'ombra dell'Etna. Oggi, mentre celebriamo il ventennale di "This Is What You Are", quel brano che nel 2006 scardinò le rotte della discografia italiana, Biondi non si limita a guardarsi indietro. Il concerto da tutto esaurito di domani sera al Teatro La Versiliana di Marina di Pietrasanta non è una semplice ricorrenza, ma la prova di una maturità che ha deciso di sfidare il tabù più grande per un crooner: la propria lingua madre.

Sarebbe riduttivo considerare "This Is What You Are" un semplice tormentone da classifica. Per Mario Biondi, quel singolo contenuto in "Handful of Soul" è stato un passaporto transoceanico. Pochi artisti italiani possono vantare una credibilità tale da calcare il palco della Royal Albert Hall di Londra o di collaborare con i Dap-Kings, la sezione ritmica che fu l'anima del suono di Amy Winehouse.

Il percorso di Biondi non è stato un exploit isolato, ma una costruzione metodica che lo ha portato a ricevere la stima di divinità del genere come Chaka Khan, Al Jarreau e Burt Bacharach. Questa proiezione internazionale ha permesso a un artista catanese di sedersi al tavolo dei grandi del soul e del jazz mondiale, non come ospite, ma come pari grado, capace di dialogare con la stessa naturalezza con cui, in patria, ha incrociato il cammino di Pino Daniele o Ornella Vanoni.

Il tour del ventennale non è un'operazione nostalgia affidata a basi pre-registrate, ma una celebrazione dell'esecuzione live intesa come forma d'arte superiore. La grande novità di questo capitolo è l'incontro tra il "graffio" vocale di Biondi e la precisione del Maestro Antonio Faraò.

Faraò è uno dei pianisti jazz capaci di infondere una cifra stilistica a ogni passaggio. Insieme a lui, sul palco si muove una macchina  sonora composta dal direttore musicale Massimo Greco, i fratelli Matteo e Giovanni Cutello (tromba e sax), il basso di Ameen Saleem e la poliritmia di Devid Florio. Alla batteria, l'alternanza tra David Haynes, Nicolas Viccaro e Francesca Remigi garantisce che il groove non sia mai statico, ma una materia viva che respira insieme alla voce.

La sfida più audace della recente carriera di Biondi è racchiusa nell'album "Prova d’autore". Qui, l'artista compie un gesto di rottura: abbandona la "sicurezza" della fonetica inglese per abbracciare l'italiano. Il brano "Ancorarsi ancora" ne è il manifesto più sorprendente.

Come può una voce che sembra uscita da un vinile degli Earth, Wind & Fire raccontare la tecnologia e la domotica? Il paradosso funziona perché Biondi utilizza ritmiche e suoni contemporanei per vestire temi inusuali per un crooner tradizionale. Non canta solo l'amore, ma la modernità, dimostrando una maturazione come autore e produttore integrale capace di ancorare (appunto) il soul alla realtà iper-connessa.

La scaletta di questo tour estivo è un saggio di curatela musicale. Biondi non si limita a eseguire i propri successi come "Love Is a Temple", ma costruisce un ponte ideale tra i giganti della disco-funk mondiale e la grande scuola autorale italiana.

Sentire la sua voce reinterpretare i Kool & The Gang per poi scivolare nel repertorio di Lucio Battisti è la dimostrazione che il soul non è un genere geografico, ma un'attitudine emotiva. Questa capacità di contaminazione è il vero segreto della sua longevità: Biondi ha capito che per essere universali bisogna saper tradurre le icone globali nel sentimento locale, e viceversa.

Arrivato a questo bivio dei vent'anni, Mario Biondi sembra aver risolto la "sfida dell'italiano". È riuscito a dimostrare che la nostra lingua, storicamente ostica per le sincopi del jazz, può piegarsi al calore del soul se maneggiata con la giusta cura artigianale. La sua carriera ci lascia con una riflessione necessaria: in un'epoca di musica sintetica e voci processate, c'è ancora un disperato bisogno di quella "purezza" capace di evocare atmosfere emotive profonde. Il futuro del soul in Italia passa da qui, dalla capacità di restare fedeli alle proprie radici pur continuando a guardare, con curiosità e coraggio, verso l'ignoto.