La tempesta perfetta sull’industria toscana
L’estetica della Toscana, sospesa tra il Rinascimento e le colline del Chianti, nasconde oggi una realtà produttiva in profonda sofferenza. Dietro la facciata di una regione trainata dal turismo batte un cuore industriale che attraversa una fase di erosione strutturale. Il confronto odierno tra il Presidente Eugenio Giani e i vertici regionali di Fim, Fiom e Uilm ha sancito l'ingresso in una "crisi industriale complessa" che non ammette ulteriori rinvii.Non si tratta di una flessione congiunturale, ma di un bivio decisivo per la tenuta del sistema. I settori pilastro — dalla siderurgia alla componentistica, fino al lusso — sono stretti tra la morsa del calo dei consumi globali e una transizione ecologica priva di scudi energetici. La Toscana deve decidere se governare il cambiamento o subire una deindustrializzazione irreversibile che minaccia la coesione sociale stessa del territorio.
Il polo siderurgico di Piombino incarna la schizofrenia della politica industriale nazionale: l'Italia ha un bisogno disperato di acciaio, eppure il suo secondo sito produttivo resta ingessato da una cassa integrazione appena prorogata. Nonostante le potenzialità del progetto Metinvest e il dossier Liberty Magona, la fiducia è una risorsa esaurita. Il territorio ha assistito per troppi anni a piani industriali mai decollati, lasciando migliaia di famiglie in un limbo occupazionale.Oggi la posta in gioco è la sovranità produttiva: rinunciare a Piombino significa condannare le nostre filiere a importare acciaio costoso e di qualità incerta dall'estero.
Paradossalmente, il problema futuro non sarà solo la saturazione degli impianti, ma il reperimento della manodopera. I circa 1.300 lavoratori attuali, infatti, non sarebbero nemmeno sufficienti a coprire il fabbisogno operativo se la fabbrica ripartisse integrando i vecchi asset con i nuovi impianti previsti dall'Accordo di Programma.
“Nel passato abbiamo conosciuto diversi imprenditori che hanno fatto il gioco dell’oca, a un certo punto sono tornati indietro e sono spariti. In Italia manca l’acciaio e, se non riparte Piombino, l’acciaio ce lo faranno arrivare dagli altri Paesi d’Europa, ce lo faranno pagare caro, ce lo daranno quando avanza a loro e non sarà di migliore qualità” dichiara Vincenzo Renda.
La crisi ha ormai rotto gli argini del comparto pesante, investendo i settori che rappresentano il prestigio e il terziario avanzato della regione. Flavia Capilli ha delineato una mappatura allarmante che riguarda la moda e i servizi, parlando esplicitamente di un rischio occupazionale a "tre zeri". Quando gli ammortizzatori sociali si esauriranno, la Toscana rischia di trovarsi di fronte a un'emorragia di oltre mille posti di lavoro concentrati in pochi distretti chiave.L'erosione colpisce duramente le province di Firenze, Pisa e Arezzo, dove il settore degli accessori moda vede aziende storiche piegate dalla contrazione della domanda.
A Signa, il caso della ditta Frosini è emblematico: un centinaio di addetti sono senza retribuzione a causa di una cassa integrazione non ancora approvata dopo un incendio devastante. Parallelamente, a Siena e Firenze, la chiusura annunciata di Paycare mette a rischio un altro centinaio di professionisti del back-office bancario, confermando che la crisi non risparmia la filiera dei servizi.
Il settore dell'automotive e della componentistica moto sta affrontando una tempesta perfetta che mette a nudo le fragilità della fornitura toscana. Daniele Calosi ha evidenziato come non esista oggi un fornitore regionale che non stia subendo una contrazione significativa degli ordini. La situazione richiede un coordinamento che vada oltre i confini regionali, coinvolgendo direttamente il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per evitare il disimpegno di grandi player industriali.Le criticità riguardano la filiera che gravita attorno a Piaggio e realtà strategiche come la Dumarey di Pisa, coinvolgendo l'intera catena di fornitura sulla costa e nell'entroterra.
Per arginare la deriva, i sindacati hanno ottenuto l'impegno per un tavolo di monitoraggio permanente entro un mese. I fattori di rischio sistemico identificati sono:
- Green Austerity: una transizione ecologica imposta con dogmatismo che penalizza la produzione tradizionale senza offrire alternative immediate.
- Dazi internazionali: le barriere doganali e le tensioni geopolitiche che minacciano la competitività dell'export meccanico toscano.
- Calo dei volumi: una contrazione netta del fatturato derivante dal disimpegno di alcune imprese verso comparti più redditizi a scapito della componentistica.
In questo scenario di crisi manifatturiera, l’analisi di Luca Rossi Romanelli sposta il focus sulla vera leva competitiva: il costo dell’energia. La transizione ecologica non è più un’istanza etica, ma una necessità di sopravvivenza per il comparto produttivo. Per competere con l'acciaio e la componentistica estera, la Toscana deve abbattere la propria sudditanza energetica, che oggi agisce come una tassa occulta sulle imprese.Tuttavia, il "costo del non fare" è evidenziato da dati impietosi: negli ultimi 24 mesi la Toscana ha registrato un preoccupante zero assoluto per quanto riguarda l'installazione di nuovi parchi eolici.
Con un ritmo attuale di soli 200 MW annui di nuove rinnovabili, l'obiettivo di 4,25 GW entro il 2030 appare un miraggio. Per centrare il target è necessaria un'accelerazione brutale che porti la media a 850 MW annui, superando i veti che bloccano lo sviluppo industriale del territorio.“È dunque necessario passare da una fase di eccessiva prudenza a una di collaborazione costruttiva. Non possiamo limitarci a respingere i progetti; dobbiamo chiederci come creare le condizioni per renderli possibili.” dichiara Luca Rossi Romanelli (M5S).
La Toscana si trova di fronte a una trasformazione strutturale che non può essere gestita con la logica del sussidio o dell'intervento d'emergenza. Il passaggio dal manifatturiero tradizionale a un modello resiliente richiede una regia istituzionale ferma, capace di approvare una legislazione energetica moderna e di pretendere garanzie reali dai gruppi multinazionali.