La rissa nel saloon dell'informazione a Firenze

Nicola Novelli

Nei vecchi film western, su una parete del saloon, campeggiava un cartello: "Non sparate sul pianista". Il musicista era l'unico elemento di civiltà in un ambiente dominato dalla violenza. Oggi, se la metafora è consentita, a Firenze, quel cartello sembra essere stato rimosso. Mentre l'editoria globale scatena lo shock sistemico dell'intelligenza artificiale, la cronaca locale si ritrova nel mezzo di una rissa politica senza precedenti, dove il giornalista non è più l'osservatore, ma il bersaglio. Se chi racconta i fatti viene investito da un fuoco incrociato, la salute della nostra democrazia è seriamente compromessa.

Ultimo episodio inquietante la gestione della comunicazione sulla tramvia. Nei giorni scorsi è emerso che un assessore comunale ha modificato nel 2026 un comunicato stampa ufficiale della rete civica risalente al 2025. L'obiettivo? In un'epoca in cui la memoria storica dovrebbe essere garantita dall'immutabilità dei dati, Palazzo Vecchio è stato richiamato a una maggiore attenzione dall'intervento dell'Ordine dei giornalisti della Toscana. 

La pressione sulla stampa libera non passa solo per la riscrittura dei comunicati, ma per una strategia di erosione dei presidi democratici attraverso lo strumento legale. Diffide inviate via WhatsApp e minacce di querela da parte di enti pubblici —gestiti da consigli di amministrazione di nomina politica— sono diventate la norma. Il paradosso? questi enti utilizzerebbero fondi pubblici per intimidire chi, per dovere di cronaca, ne analizza l'operato.

Numerose giunte a Nove da Firenze dopo la pubblicazione del nostro grido di allarme, sia da parte di giornalisti, che di non giornalisti.

La disparità economica finisce per imporre un silenzio forzato. Il caso dell'Aduc è emblematico: l'associazione che gestisce uno storico sito internet di informazioni per i consumatori ha dovuto rinunciare al ricorso in Cassazione dopo una condanna in Appello contro una azienda pubblica per mancanza di fondi. In un territorio la sopravvivenza di una testata dipende troppo spesso dal portafoglio più che dalla verità.

"È diventato quasi normale per noi giornalisti/editori avere la spada di Damocle sulla testa ogni volta che pubblichiamo un articolo. Ho un sacco di storie di diffide che sono assurde, e anche una querela di un ente pubblico che ho scoperto solo dopo la condanna in primo grado per mancata notifica" racconta Saverio Zeni, editore di OkMugello.

Se il potere politico si fa autoritario, la stampa locale risponde con una frammentazione che ne accentua la vulnerabilità. Sara Balugani, giornalista di Valdelsa.net, evidenzia come anche nella provincia di Siena si respirino dinamiche simili: la tendenza dei piccoli editori è a difendere il proprio "orticello", ma finisce per impedire la creazione di uno scudo comune.

Questa debolezza strutturale favorisce la degradazione della professione. Senza una rete solidale che faccia fronte alle intimidazioni, il giornalista smette di essere un'autorità critica e rischia di trasformarsi in un semplice "passacarte" o "passa-comunicati", uno strumento passivo nelle mani degli uffici stampa istituzionali che ignorano sistematicamente persino gli scioperi di categoria.

Il clima respirato negli ultimi mesi a Firenze viene descritto dai cronisti di lungo corso come peggiore della somma degli ultimi 30 anni. Si assiste a una deriva dove anche l'ultimo dei politici si sente iper-potente e intoccabile.

Questa aggressività è il sintomo di una classe che, non essendo autorevole, cerca di essere autoritaria. Un esempio di questa "imperizia" è il caso del Ponte Vespucci: un fallimento tecnico e progettuale che la politica cerca di coprire "facendosi forte" anziché ammettendo l'errore. Chi non ha la dignità di accettare il contraddittorio o di ammettere un ritardo finisce inevitabilmente per attaccare chi pone le domande scomode.

La libertà di stampa a Firenze si regge su un equilibrio precario tra solidità economica e serenità politica. Se entrambe vengono meno, l'informazione indipendente muore. È necessario un dibattito pubblico urgente per riportare il confronto su un piano di civiltà e affrontare il nodo delle querele temerarie.