La riforma della legge elettorale in Toscana
Un paradosso matematico agita le acque della politica toscana: com'è possibile che oltre 57.000 cittadini si rechino alle urne, esprimano una preferenza eppure restino privi di rappresentanza? In questo contesto, la mossa del Partito Democratico di proporre l’abolizione del cosiddetto "listino bloccato" somiglia a un’operazione di ingegneria del consenso.
La proposta firmata da Simone Bezzini, capogruppo PD, punta a eliminare la facoltà di indicare fino a tre candidature regionali bloccate. Sulla carta, la narrazione è accattivante: "rafforzare il ruolo degli elettori", restituendo centralità alle preferenze. Il listino tuttavia è uno strumento facoltativo che le stesse forze politiche — da Fratelli d'Italia al Movimento 5 Stelle — ammettono di aver raramente utilizzato.
Come sottolineato da Antonella Bundu, già candidata alla presidenza per Toscana Rossa, ci troviamo di fronte a un’anomalia marginale. Intervenire chirurgicamente su un dettaglio quasi mai adoperato serve a poco se non si ha il coraggio di toccare il cuore del sistema che comprime la pluralità. Oggi, chi sceglie di correre fuori dalle grandi coalizioni deve superare la barriera del 5%, mentre a chi si schiera sotto l'ombrello dei grandi blocchi basta il 3%. In un Consiglio Regionale di 40 seggi, dove ogni scranno vale tecnicamente circa il 2,5% dei voti, imporre un filtro al 5% significa raddoppiare il "prezzo" dell'ingresso democratico.
Non è un argine alla frammentazione, ma un’architettura dell'esclusione. Il caso di Toscana Rossa è emblematico: 57.250 voti di lista (4,51%) e una candidata presidente, Antonella Bundu, capace di raccogliere 72.321 preferenze personali (5,18%). La sentenza n. 04950/2026 del Consiglio di Stato ha definito "astrattamente plausibile" la critica a tale meccanismo, richiamando esplicitamente la politica alle proprie responsabilità.
Mentre i partiti già presenti in Consiglio godono dell'esenzione, le nuove formazioni o quelle rimaste fuori sono costrette a una raccolta firme, spesso imposta nel cuore della stagione estiva.*
Attualmente, la legge non riconosce al voto al presidente della Giunta alcun valore ai fini del calcolo per l'ingresso delle liste collegate: l'elettore che sostiene un leader manifesta una chiara volontà di partecipazione che viene però annullata da un calcolo matematico punitivo. La proposta del PD ha avuto il merito di scoperchiare un vaso di Pandora, innescando una reazione trasversale che va ben oltre il "ritocchino" del listino. Alleanza Verdi e Sinistra, attraverso i consiglieri Lorenzo Falchi, Diletta Fallani e Massimiliano Ghimenti, ha chiesto una "riforma coraggiosa" che sani le iniquità tra liste singole e coalizzate, denunciando lo sbilanciamento della rappresentanza territoriale.
Su questo terreno si trova una convergenza con l'opposizione di destra: Francesco Michelotti (Fratelli d'Italia) si dice pronto al confronto, ma esige che l'intera impalcatura venga ridisegnata per tutelare le province minori e la territorialità. Anche il Movimento 5 Stelle, con Irene Galletti e Luca Rossi Romanelli, avverte che le regole del gioco non possono essere frutto di "convenienze contingenti". Si è creato, di fatto, un fronte ampio che chiede di passare dalla manutenzione ordinaria a una revisione strutturale che garantisca la qualità democratica della Toscana.
Il dibattito sulla riforma troverà un momento di sintesi politica il prossimo 29 giugno, in occasione del convegno promosso dal M5S al Palazzo del Pegaso.