​La Cinta senese rischia l'estinzione

Redazione Nove da Firenze

Chiunque abbia ammirato gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena avrà notato quella sagoma inconfondibile: un suino scuro con una caratteristica fascia bianca. La Cinta Senese non è solo un animale, ma un’icona vivente che attraversa la storia toscana dal Medioevo. Eppure, questo simbolo millenario oggi vacilla. La minaccia si chiama Peste Suina Africana, un virus che sta spingendo le istituzioni a mettere in campo strategie un tempo inimmaginabili. Non si tratta solo di una crisi veterinaria, ma di una battaglia per l'identità di un intero territorio.

Per mettere in salvo il nucleo genetico della razza, è stato varato un piano quasi cinematografico: trasferire i migliori esemplari sull'isola di Pianosa. In un'area confinata all'interno della struttura carceraria, troveranno rifugio nove scrofe e due verri. La scelta dell'ex isola-carcere racchiude un affascinante paradosso: utilizzare un luogo di restrizione storica per garantire la libertà genetica futura della specie.

La sicurezza di questo nucleo è garantita da doppie recinzioni e rigorosi protocolli europei ClassyFarm. Gli animali vivranno in totale isolamento, protetti dal contagio che infuria sul continente, lontani da contatti con la fauna selvatica o la vegetazione esterna.

“Non si tratta di un pascolo libero, ma di un trasferimento di riproduttori in un ambiente confinato e controllato: una scelta pensata per preservare la biodiversità, non per comprometterla. Qui parliamo di salvaguardare una biodiversità animale che rischia concretamente di andare perduta” spiega la Prof.ssa Carolina Pugliese, del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell'Università di Firenze.

Il virus della PSA non colpisce l'uomo, ma lo usa come vettore. Attualmente, l’emergenza sta stringendo d'assedio le province di Lucca, Massa-Carrara, Pistoia e Prato. Chiunque frequenti i boschi per trekking, ciclismo o per la raccolta di funghi può involontariamente trasportare l'infezione tramite fango e residui su calzature e ruote.

La Regione ha diviso il territorio in zone di restrizione (Zona I, II e III), ma la responsabilità è collettiva. È indispensabile disinfettare calzature e mezzi dopo ogni uscita e non alimentare mai i cinghiali. In caso di avvistamento di un animale morto o in difficoltà, la regola d’oro è non avvicinarsi e contattare immediatamente il numero unico regionale 0573 306655, attivo tutti i giorni.

Nelle Zone di Controllo ed Eradicazione, la situazione ha raggiunto un punto di rottura. I dati mostrano un’anomalia demografica scioccante: la densità dei cinghiali selvatici ha raggiunto quasi la metà della consistenza dell'intera popolazione di suini domestici.

Questo sovraffollamento rende impossibile il distanziamento sanitario naturale, trasformando il bosco in una polveriera epidemiologica. Il Consorzio di Tutela chiede un depopolamento incisivo; senza un equilibrio demografico, la convivenza tra fauna selvatica e allevamenti di Cinta Senese diventa un rischio quotidiano insostenibile.

Oltre alla malattia, gli allevatori combattono contro un nemico burocratico: i risarcimenti. Attualmente, le tabelle di indennizzo si basano sui prezzi del suino industriale, ignorando l'immenso valore storico e i costi di produzione della Cinta Senese.

Nelle zone di restrizione, il deprezzamento commerciale è così violento da spingere molte aziende verso la chiusura preventiva. Se non si adegua il sistema dei rimborsi al valore reale della DOP, la Cinta Senese rischia di sparire per fallimento economico ben prima di essere colpita dal virus.

“Mettere in salvo la razza non basta se non mettiamo in salvo anche chi la alleva. Norme sempre più restrittive e risarcimenti scollegati dal valore reale della Cinta Senese rischiano di far chiudere gli allevamenti prima ancora che arrivi un contagio. Per questo lavoriamo su due fronti paralleli: i nuclei di conservazione come quello di Pianosa e i centri genetici. Ma serve anche agire subito sul contenimento del cinghiale nelle aree più critiche: il tempo, in questa vicenda, non è un alleato, è la variabile che stiamo perdendo” afferma Niccolò Savigni, Presidente del Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP.

La strategia del Consorzio non si ferma a Pianosa. Si punta infatti alla creazione rapida di centri genetici dedicati sulla terraferma. Questi nuclei fungeranno da vere e proprie "casseforti biologiche", ospitando riproduttori selezionati in isolamento sanitario assoluto.

L'obiettivo è creare un'infrastruttura di difesa che possa garantire la continuità della specie anche nell'ipotesi peggiore di focolai epidemici diffusi. Questi centri rappresentano la difesa a lungo termine per evitare che decenni di selezione genetica e recupero culturale vadano dispersi in pochi mesi di emergenza.

La battaglia per la Cinta Senese è la battaglia per l'anima della Toscana rurale. Tra biosicurezza, gestione della fauna e salvaguardia economica, la variabile più crudele resta il tempo. La perdita di questa razza non sarebbe solo un danno economico, ma una mutilazione della nostra identità culturale.