Italia 1970. Fratture: una traiettoria alternativa da Piazza Fontana

Redazione Nove da Firenze

Il 12 dicembre 1969 rappresenta lo spartiacque traumatico della coscienza repubblicana, l’istante in cui il battito della democrazia italiana rischiò di arrestarsi sotto i colpi del terrore. Se nella realtà storica il Paese riuscì, pur tra opacità, a ricomporre il tessuto democratico, nel romanzo Italia 1970. Fratture [Collana Biblioteca di Letteratura, 264 pagine, € 16,00, ISBN: 978-88-564-0595-8], Riccardo Bellandi opera un lucido "deragliamento della Storia".

Utilizzando la strage di Piazza Fontana come punto di divergenza, l'autore innesca un’inquietudine ucronica che trasforma il trauma in collasso democratico. Non siamo di fronte a una semplice fantasia distopica, ma a un’analisi controfattuale che si interroga su un quesito atroce: cosa sarebbe accaduto se i nemici della Repubblica avessero prevalso? Il risultato è una narrazione incalzante dove la verosimiglianza si fa strumento di indagine politica, esplorando la caduta di uno Stato verso l'abisso della guerra civile.

La forza dell'opera risiede nella sua natura di racconto corale, dove le macro-tensioni geopolitiche si riflettono nelle lacerazioni intime dei singoli. Bellandi mette in scena una società frammentata, dove la "frattura" non è solo istituzionale, ma profondamente umana.

A conferire un peso specifico a questa narrazione è il profilo accademico dell'autore. Riccardo Bellandi è dottore di ricerca in diritto costituzionale specializzato in politiche di sicurezza. La sua autorevolezza affonda le radici in studi rigorosi, come il saggio Il Consiglio supremo di difesa. Storia, organizzazione, attività pubblicato da Il Mulino nel 2011.

Questa competenza permette a Bellandi di descrivere la distruzione dello Stato conoscendone i meccanismi interni. Dopo il successo de I signori dell'Appennino, l'autore dimostra qui una maturità analitica che trasforma l’ucronia in una simulazione politica verosimile. La ricerca storica non è un semplice fondale, ma l'impalcatura che rende ogni evento immaginario possibile.

Firenze viene spogliata della sua veste monumentale per diventare geografia urbana del conflitto. L'autore utilizza dettagli per descrivere la violenza degli scontri: in Piazza San Marco, tre squilli di tromba annunciano l'arrivo dei "gipponi Om52 verde militare" che, come lupi in un branco di pecore, caricano gli studenti rifugiati sotto il loggiato dell'Accademia.

Il climax si raggiunge in Piazza della Signoria, tra l'eco dei tamburi e il Caffè Rivoire, dove il movimento studentesco e le prime cellule di Potere Operaio sfidano l'autorità. Bellandi cattura la ferocia dei "caroselli" e il peso dei calci dei fucili, ma anche la carica ideologica degli slogan: "Le case si prendono, gli affitti non si pagano" urla la folla, rivolgendosi ai soldati come a "proletari in divisa" invitati a gettare le armi. Il contrasto tra la bellezza della Loggia dei Lanzi e il volto contratto di Giulia, colta in un grido di rivolta davanti all'amico Marco, cristallizza la tragedia di un’intera generazione.

Il romanzo seziona i meccanismi del naufragio democratico attraverso una struttura che ricalca le reali minacce dell'epoca, portandole alle estreme conseguenze.

Italia 1970. Fratture si configura come il primo atto di un’opera monumentale. Non è solo un esercizio di stile sulla storia alternativa, ma una riflessione profonda sulla fragilità della nostra architettura istituzionale. Bellandi ci ricorda che la democrazia non è un approdo definitivo, ma un edificio costantemente minacciato.

Le "fratture" di cui parla l'autore non sono solo politiche o storiche, ma morali. Attraverso il destino in sospeso della Repubblica e dei suoi protagonisti, il libro agisce come un monito: la distanza tra l'ordine e il caos è spesso sottile quanto la linea che separa un soldato dal suo migliore amico durante una carica. Un volume imprescindibile per chiunque voglia comprendere quanto sia stato vicino, per l'Italia, il momento del non ritorno.