​Gratteri a Firenze: il riconoscimento diventa un boomerang elettorale

Nicola Novelli

Nella grammatica della politica, il tempo non è mai una variabile indipendente; è, al contrario, la sostanza stessa dell'azione. Esiste un concetto greco, il Kairòs, che indica il momento opportuno, quello in cui un gesto compie il suo significato più alto. Al contrario, quando un’onorificenza istituzionale viene strappata al suo alveo naturale per essere proiettata nel bel mezzo di una tempesta elettorale, il rischio è che il simbolo si svuoti, trasformandosi in un mero strumento di posizionamento. Il caso del conferimento della cittadinanza onoraria a Nicola Gratteri a Palazzo Vecchio è l’emblema di questo slittamento: un tributo alla legalità che, per eccesso di foga comunicativa o per calcolo tattico, finisce per somigliare pericolosamente a una bandiera piantata a pochi metri dal traguardo delle urne.

La cronaca del dibattito fiorentino restituisce l’immagine di una maggioranza che ha barattato il prestigio istituzionale con la prova di forza numerica. Francesco Grazzini, capogruppo di Italia Viva – Casa Riformista, ha sollevato un velo sulla "mancanza di eleganza" di un Partito Democratico deciso ad accelerare i tempi proprio quando il galateo democratico avrebbe imposto prudenza.

Non è solo una questione di forma. La forzatura procedurale — attuata nonostante l’assenza del proponente originale, Lorenzo Masi, e del centrodestra impegnato in impegni ministeriali — segna un vulnus profondo. Grazzini ha evocato il fantasma di precedenti altrettanto divisivi, come il caso di Francesca Albanese, ricordando come le sue dichiarazioni sul "monito ai giornalisti de La Stampa" avessero già allora incrinato l'unanimità che tali onorificenze meriterebbero.

"Mi complimento con la maggioranza [...] per l’eleganza e la correttezza istituzionale per aver chiesto di anticipare, facendo valere i propri numeri, un atto... rilevo una capacità straordinaria di cogliere i tempi meno opportuni per proporre onorificenze alle persone."

Se la forma è sostanza, la cronologia è un atto d’accusa. Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) ha messo a nudo quella che potremmo definire una "letargia calcolata". Come può un atto deliberato nell'ottobre del 2022 trasformarsi improvvisamente in un'urgenza indifferibile nel marzo del 2026?

Perché oggi? La risposta risiede in quella "strumentalità miope" denunciata dalle opposizioni. Palagi, con una mossa politica speculare alla forzatura della maggioranza, ha scelto la via del "non voto", una sottrazione dalla partecipazione che sottolinea come la figura del magistrato sia stata ridotta a un pretesto per una conta interna.

L'analisi non può restare confinata tra le mura di Palazzo Vecchio. Il conferimento dell'onorificenza si inserisce in un quadro nazionale dominato dal Referendum Giustizia, dove Gratteri non è una figura neutrale ma un protagonista polemico. Le sue dichiarazioni — in cui definiva chi vota "Sì" come una persona "non per bene" — hanno creato un cortocircuito ideologico.

Qui il dibattito si eleva a scontro di filosofie giuridiche. Il riconoscimento a Gratteri viene letto come un'adesione a una visione della giustizia che sembra sfidare l'Articolo 27 della Costituzione. Se per la nostra Carta l'imputato è innocente fino a condanna definitiva, figure come Henry John Woodcock (citato nel dibattito come affine a Gratteri e Davigo) hanno teorizzato che il processo serva a "dimostrare l'innocenza" piuttosto che la colpevolezza. Conferire un'onorificenza in questo preciso istante significa, implicitamente, sposare una dottrina che vede l'assolto non come un innocente, ma come "uno che l'ha fatta franca".

L’apice dell’assurdo viene raggiunto sul piano tecnico. In un esercizio di narcisismo politico, il PD ha preteso una discussione in aula che però, per legge, deve restare muta. A causa delle regole sulla par condicio elettorale, i contenuti di questo scontro non possono essere veicolati sui canali ufficiali della Rete Civica.

È il paradosso della politica contemporanea: si urla in un’aula sperando che l'eco arrivi agli elettori, mentre si è costretti al silenzio dagli stessi regolamenti che dovrebbero garantire l’equità. Un modo di agire che non arricchisce il dibattito, ma lo svuota, trasformando il Consiglio comunale in un teatro di posa per una comunicazione "clandestina".

Per un analista rigoroso, è tuttavia doveroso considerare l'altro lato della medaglia: la ragione del "cuore" istituzionale difesa dal Partito Democratico. Al di là delle tattiche, resta l'uomo Nicola Gratteri. Trent’anni di vita sotto scorta, la rinuncia alla libertà privata, la sfida quotidiana ai clan: sono fatti che nessuna polemica elettorale può cancellare. L’obiettivo del PD è stato quello di ribadire che lo Stato non deve lasciare soli i suoi servitori: "Persone come Nicola Gratteri servono lo Stato ogni giorno, spesso pagando un prezzo altissimo... un impegno che merita rispetto, sostegno e riconoscenza da parte delle istituzioni."

In questa prospettiva, l’onorificenza non è un premio a una tesi giuridica, ma un atto di solidarietà verso chi ha messo la propria esistenza al servizio della legalità democratica.