Giorno del Ricordo: seduta solenne da separati a palazzo
Sono trascorsi vent’anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, una solennità civile nata per ricucire lo strappo di una memoria nazionale rimasta troppo a lungo sospesa. Eppure, osservando oggi le aule istituzionali, ci troviamo di fronte a un paradosso doloroso: banchi vuoti e accesi scontri politici che sembrano voler trascinare il passato in una perenne contesa elettorale. Quella che dovrebbe essere una "memoria collettiva e patrimonio condiviso", come auspicato da Stefania Saccardi, si scontra ancora con il peso di un silenzio che fatica a diventare consapevolezza.
La tragedia del confine orientale non è un evento lontano nello spazio o nel tempo. Riguarda 300.000 italiani sradicati dalle loro case. Il Presidente Eugenio Giani ha ricordato come la Toscana sia stata terra d'approdo e di dolore: dal piroscafo "Toscana", che trasportava gli esuli, al centro di raccolta di Laterina, che divenne per molti la prima, difficile tappa verso una nuova vita.
Il Giorno del Ricordo non è una celebrazione di parte, ma l'atto dovuto per onorare le vittime delle foibe e l'immane dramma dell'esodo giuliano-dalmata. Come sottolineato da Simone Bezzini, è un invito a fare i conti con la "complessità della storia", guardando finalmente dentro quel baratro di violenza che, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra, ha visto migliaia di italiani scomparire nelle cavità carsiche o fuggire dalle proprie terre per non rinnegare la propria identità.
Le vittime del confine orientale hanno subito quella che Francesco Casini definisce una "doppia cancellazione". La prima fu fisica, brutale, consumata attraverso gli infoibamenti e le repressioni condotte dai partigiani jugoslavi di Tito; la seconda fu storiografica e istituzionale, un oblio durato decenni, nutrito da calcoli ideologici e da quello che Lorenzo Falchi indica come un profondo "senso di colpa" legato alle responsabilità dell'esercito italiano e del regime fascista durante l'occupazione dei Balcani.
"Ricordare significa restituire dignità alle vittime, riconoscere la sofferenza degli esuli... Non per riaprire ferite, ma per evitare che il silenzio e l’oblio diventino una seconda ingiustizia" auspica Stefania Saccardi.
Ma il conflitto istituzionale consumatosi nel Consiglio Regionale oggi è la fotografia di una memoria ancora divisa. La protesta di Fratelli d’Italia e Forza Italia, che hanno abbandonato l’aula per la cancellazione dal programma del documentario di Italo Bocchino dedicato alla storia di un esule toscano, ha mostrato quanto sia sottile il filo che separa la commemorazione dalla polemica. Se Chiara La Porta ribadisce che "sulla storia non si fa dibattito", Lorenzo Tombelli (ANED) solleva il timore di un "uso politico" delle celebrazioni, definendo alcune posizioni un oltraggio alla Resistenza.
Questo paradosso si riflette anche nei luoghi fisici. Mentre a Firenze i consiglieri denunciano lo stato di incuria di Largo Martiri delle Foibe, tra aiuole abbandonate e segnaletica inadeguata, a poca distanza, a San Gersolè (Impruneta), nasce una nuova targa commemorativa frutto di una mozione trasversale. È il contrasto tra una memoria che rischia il degrado fisico e istituzionale e una che cerca di rinascere nelle piccole comunità locali.
E il rischio è che il ricordo si trasformi in un mero "compito a casa" come denuncia Oleg Bartolini, che ha criticato aspramente l’Università di Firenze per un incontro celebrativo definito "sbrigativo", durato neanche un quarto d'ora. Una celebrazione "formale" che rischia di tradire la profondità del dolore subito dagli esuli.
Solo attraverso una "coscienza storica unica e condivisa", come proposto da Lorenzo Falchi, possiamo trasformare il dolore in consapevolezza. Ciò significa studiare le fonti con rigore, ammettendo le colpe ma non negando mai la sofferenza delle vittime, affinché il confine orientale non sia più una ferita aperta, ma un pilastro dei diritti umani. Siamo giunti al tempo in cui la memoria deve farsi matura, capace di riconoscere le sofferenze atroci senza cercare bandiere da sventolare. Il silenzio è stato rotto, ma la strada per una verità condivisa è ancora lunga. Restituire dignità alle vittime non è un atto politico, è un atto di civiltà. Siamo finalmente pronti a guardare nelle foibe della nostra storia senza cercare una bandiera da sventolare, ma solo la dignità umana da restituire?