Fucili spianati sull'emergenza climatica
L'estate del 2026 rimarrà impressa nella memoria dei toscani come un momento di frattura tra realtà climatica e decisioni politiche. I dati del Consorzio LaMMA non lasciano spazio a interpretazioni: luglio è stato il mese più caldo registrato in regione dal 1955, e il bimestre giugno-luglio si è posizionato al secondo posto assoluto nella storia climatica regionale, superato solo dall'ondata di calore del 2003.
Mentre i cittadini boccheggiavano, la fauna selvatica affrontava uno "stress estremo". La siccità prolungata ha prosciugato i fontanili e decimato le risorse alimentari, portando gli animali al limite della sopravvivenza biologica. Eppure, in questo scenario di fragilità ecosistemica, la Regione Toscana ha scelto di rispondere accelerando le stagioni venatorie. Il paradosso è servito: mentre la natura combatte per non soccombere al clima, le istituzioni spianano i fucili.
In condizioni di siccità estrema, l'attività venatoria cessa di essere un "prelievo sostenibile" per trasformarsi in un fattore di pressione. L'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha espresso il suo parere: in presenza di simili anomalie termiche, è necessario un approccio precauzionale. In particolare, l'Istituto aveva raccomandato di sospendere la caccia di selezione al capriolo nel periodo tra il 15 agosto e il 30 settembre per proteggere il prelievo di femmine e piccoli, proprio durante la delicata fase dello svezzamento. Ignorare questa indicazione significa colpire la specie nel suo momento di massima vulnerabilità biologica.
«Questa non è una battaglia contro i cacciatori, né una contrapposizione ideologica. È una questione di responsabilità e di buon senso che riguarda tutti. Non possiamo riconoscere gli effetti del cambiamento climatico e poi continuare ad assumere decisioni come se le condizioni ambientali non fossero mutate. Proteggere la fauna, la biodiversità e gli equilibri naturali significa tutelare un patrimonio comune e l’intero territorio toscano» affermano Luca Rossi Romanelli e Irene Galletti, Consiglieri Regionali M5S.
Con la Delibera n. 842 del 16 luglio 2026, la Regione Toscana ha aperto la caccia all'Ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) senza limiti di carniere e su tutto il territorio. Sebbene classificata come specie aliena invasiva, la sua gestione è stata affidata a un prelievo venatorio diffuso che mette a rischio immediato specie autoctone rarissime e protette, come il Mignattaio (Plegadis falcinellus) e, soprattutto, l'Ibis eremita (Geronticus eremita).
Il pericolo della cosiddetta somiglianza morfologica non è una preoccupazione teorica da accademici, ma un rischio concreto. La Regione sostiene che l'Ibis sacro sia facilmente distinguibile perché più chiaro e grande, ma la realtà del campo smentisce questa sicurezza. La prova regina dell'incapacità di distinguere le specie, è arrivata dai media nazionali: nell'aprile 2025, i servizi di TG4 e TG5 hanno mandato in onda immagini di Ibis eremita parlando dei danni causati dall'Ibis sacro.
Se professionisti dell'informazione, con tempi di montaggio e zoom ottici, falliscono l'identificazione, che speranza ha un cacciatore nel riverbero dell'alba? L'identificazione diventa fallace per motivi strutturali:
- Condizioni di luce scarsa: All'alba e al tramonto, i colori si appiattiscono e il bianco del sacro diventa indistinguibile dal bruno scuro dell'eremita o del mignattaio.
- Sagome sovrapponibili: In volo, la struttura alare e la silhouette delle tre specie risultano pressoché identiche a un occhio non esperto.
- Distanza e reattività: Il prelievo venatorio avviene spesso in frazioni di secondo, dove la distanza impedisce di cogliere i dettagli del becco o del piumaggio.
Affidare il controllo delle specie aliene alla caccia indiscriminata è, secondo l'ISPRA, un autogol gestionale. La scienza insegna che per contenere una specie invasiva servono piani mirati e personale formato.
Il disturbo causato dalla pressione venatoria produce infatti l'effetto paradossale osservato in Francia: lo sparo disgrega i gruppi sociali e spinge gli esemplari a compiere movimenti a lungo raggio. Questo non elimina la specie, ma ne accelera la colonizzazione di nuove aree precedentemente libere.
I dati del monitoraggio satellitare dovrebbero fungere da monito per la Toscana. Il caso della Lombardia nel 2025 è emblematico: non appena è stata introdotta la caccia intensiva all'Ibis sacro, gli abbattimenti di Ibis eremita sono esplosi.
Il dato statistico racconta nel solo 2025 sono stati accertati tre abbattimenti, un numero superiore alla somma totale dei soli due abbattimenti verificati nei vent'anni precedenti. Questo picco di mortalità è avvenuto nonostante la Lombardia ospiti appena l'1,24% della popolazione di Ibis eremita (dato GPS), mentre Toscana e Friuli, che ne ospitano l'88%, avevano registrato un solo abbattimento prima di queste nuove delibere. È la prova provata: dove si spara all'Ibis sacro, l'Ibis eremita muore.
«Il coinvolgimento di cacciatori abilitati in molti episodi di abbattimenti illegali dimostra che il possesso di una licenza non garantisce una corretta identificazione. Per una popolazione reintrodotta ancora vulnerabile, protetta dal progetto internazionale LIFE, qualsiasi ulteriore rischio rappresenta una seria preoccupazione» afferma Johannes Fritz, Direttore di Waldrappteam Conservation & Research.