​Firenze ai piedi: i cantieri dimenticano il pedone

Nicola Novelli

I nostri marciapiedi si stanno trasformando in una logorante lotta per la sopravvivenza urbana. Il degrado della sicurezza civile non è più una questione di grandi arterie trafficate; è una ferita che si apre negli spazi che dovrebbero essere sacri: i percorsi pedonali. Come espresso con amara lucidità da chi ha vissuto sulla propria pelle l'incidente che racconteremo, ci troviamo di fronte a una "città dalla quale mi sento sempre più distante", un luogo dove il cittadino non è più l'utente prioritario, ma un ostacolo da aggirare.

L’episodio avvenuto recentemente in via Gioberti, nei pressi dei Salesiani, intorno a mezzogiorno, incarna perfettamente questo senso di alienazione. La dinamica viene raccontata da una lettrice di Nove da Firenze: "Mentre guardavo le vetrine di una libreria in via Gioberti, sono stata colpita alle spalle da una cargo bike.".

A quanto ricostruisce la signora, una cargo bike procede contromano e, per evitare un’automobile, invade il marciapiede a velocità sostenuta. Il risultato è il violento investimento della donna che, ignara, stava semplicemente guardando i libri in una vetrina. Non c'è stata solidarietà, né assunzione di responsabilità: il ciclista, dopo il soccorso prestato da alcuni passanti, è svanito nel nulla con la giustificazione di avere "fretta di lavorare". Questo "mordi e fuggi" della delivery economy trasforma il marciapiede in una corsia di emergenza per chi è in ritardo sulla tabella di marcia, rendendo vulnerabile chiunque si conceda il lusso di una sosta innocua davanti a una libreria.

Il paradosso fiorentino è tutto qui: se il pubblico finanzia l'acquisto di questi mezzi, spesso imponenti per massa e ingombro, il pubblico ha il diritto di esigere che siano identificabili e assicurati. Oggi, queste "bici da carico" circolano come spettri: senza targa, senza numerazione e senza l'obbligo di una copertura assicurativa per responsabilità civile. È un’irresponsabilità istituzionalizzata. La mobilità sostenibile non può diventare un paravento per la pirateria stradale urbana. Senza un sistema di identificazione, il diritto del cittadino a ottenere giustizia dopo un incidente svanisce insieme al ciclista in fuga.

Se la giungla dei nuovi mezzi minaccia la sicurezza fisica, la gestione approssimativa dei cantieri mina la dignità della mobilità. Il caso sollevato da Simone Scavullo (Comitato Cittadini per Firenze) sul cantiere del Ponte al Pino è emblematico di una città che rincorre l'etichetta di "Smart City" fallendo miseramente nelle funzioni di "Basic City".

Per superare appena tre scalini esistenti, è stata installata una rampa provvisoria che definire tale è un insulto alla tecnica: una pendenza del 21%. Si tratta di un valore doppio dei limiti per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Un fondo sconnesso, pietre irregolari e curve strette completano un quadro di totale esclusione. Una pendenza del genere non è un disagio temporaneo; è un muro invalicabile per chi si muove in sedia a rotelle o per un non vedente, rendendo di fatto impossibile l’unico collegamento vitale tra via degli Artisti e Viale dei Mille. Sull'altro lato della strada infatti non è consentito transitare a piedi.

Questi due fronti — l’anarchia dei mezzi "green" e l’approssimazione dei cantieri — rivelano un unico denominatore comune: la negligenza. Non si può chiedere ai cittadini di rinunciare all'auto se poi l'alternativa pedonale è un percorso a ostacoli tra mezzi che sfrecciano sui marciapiedi e rampe che sembrano pareti d’arrampicata.

Il passaggio del Ponte al Pino non è un percorso alternativo, ma l'arteria pedonale che collega due lati di un quartiere. Obbligare la cittadinanza a standard di sicurezza così bassi significa declassare il pedone a cittadino di serie B. È urgente che l'Amministrazione intervenga non solo per ripristinare la legalità tecnica dei cantieri, ma per ridare un senso di protezione a chi ha deciso di continuare a vivere Firenze a piedi, rispettando gli standard di accessibilità che una città moderna non può permettersi di ignorare.

La sfida per la Firenze di domani non si vince solo con i grandi proclami ecologisti o con i cantieri delle grandi opere, ma con la cura meticolosa del dettaglio urbano. Regolamentare i nuovi mezzi di trasporto con targhe e assicurazioni (il Governo nazionale) e vigilare affinché ogni cantiere sia realmente inclusivo sono passi minimi di civiltà (l'amministrazione comunale). Senza queste basi, l'innovazione tecnologica rimane una scatola vuota che produce solo nuovi rischi per i più deboli.