Firenze 2026: la Liberazione finisce dietro le transenne
Il 25 Aprile 2026 a Firenze ha offerto un’immagine carica di contraddizioni: da un lato la solennità delle celebrazioni ufficiali, dall'altro lo spettacolo insolito di piazze istituzionali transennate e semivuote. Mentre l'Arengario di Palazzo Vecchio ospitava i discorsi sulla libertà, il perimetro di Piazza della Signoria restava parzialmente negato alla cittadinanza, creando un vuoto fisico che Dmitrij Palagi ha definito come la negazione stessa dello spirito della giornata.
Questa distanza tra le istituzioni e il popolo solleva un interrogativo sulla natura della nostra memoria collettiva ottant'anni dopo la Liberazione. Ci si chiede se la libertà conquistata debba essere oggi celebrata come un reperto museale sotto sorveglianza o se debba ancora circolare liberamente nelle strade. Cosa resta dell'eredità della Resistenza quando l'accesso al cuore della democrazia viene limitato da rigidi protocolli di sicurezza e barriere fisiche?
Il 2026 segna un anniversario cruciale: gli 80 anni dal primo voto delle donne italiane (1946-2026), un traguardo che la Sindaca Sara Funaro ha posto al centro della memoria cittadina. Il legame tra la lotta partigiana e il diritto al voto è indissolubile; la Resistenza non fu un evento "accessorio" per le donne, ma l'atto fondativo della loro cittadinanza attiva, trasformandole da spettatrici a protagoniste della sovranità nazionale.
Il pantheon femminile fiorentino è intriso di storie di incredibile audacia: Fernanda Dei, che portava messaggi a piedi perché non sapeva andare in bicicletta, e Tosca Bucarelli, la "Toschina", torturata dai fascisti a Villa Triste. Ricordiamo Anna Maria Enriques Agnoletti, fucilata a Cercina, e Liliana Benvenuti, che nascondeva messaggi in codice tra i fiori rossi nei capelli dicendo: "dentro quei fiori ci ho nascosto il mondo".
"Quel voto ce lo siamo conquistate. Nessuna Resistenza sarebbe potuta essere senza le donne. Si dice che furono poche le partigiane, ma non è vero: ogni donna che io ho incontrato in quel periodo era una partigiana. Per aver diviso a metà una patata con chi aveva fame, aver svuotato gli armadi per vestire i disertori, per aver rischiato la vita tenendo in soffitta profughi o ebrei. Era quella la vera Resistenza" ha affermato la Sindaca Sara Funaro.
Sotto la superficie delle celebrazioni, tuttavia, è emersa una tensione legata alla "neutralizzazione" della storia, come denunciato da Stefano Donnini, figlio del comandante partigiano "Otto". Davanti alla scuola Villani, dove i bambini avevano ottenuto con una lettera il restauro di una lapide degradata per 14 studenti caduti, a Donnini sarebbe stato impedito di parlare dalla Presidente del Quartiere 3, Serena Perini.
Il conflitto nasce dalla volontà di Donnini di ricordare la natura esplicitamente "comunista e internazionalista" della Brigata Sinigaglia, che includeva tra le sue fila quaranta prigionieri sovietici caduti per difendere i giovani al Casolare dei Cavicchi a Pian d'Albero. Al contrario, la Presidente Perini ha sostenuto una visione istituzionale: "Non è una questione di comunisti... erano gli italiani che hanno scelto la libertà".
Questo tentativo di cancellare le identità politiche specifiche — i termini "comunista", "sovietico" e "internazionalista" — rappresenta un rischio storiografico? Trasformare una scelta politica radicale e rischiosa in una generica "opzione per la libertà" significa tradire la verità oggettiva della Resistenza? La memoria non può essere sterilizzata per adattarsi a un protocollo che teme la complessità delle radici della nostra Repubblica.
L'ironia di questo 25 Aprile è stata acuita dalla tempistica legislativa: appena il giorno prima, il 24 aprile 2026, è stato approvato il Decreto Sicurezza (DL n. 23/2026). Questa norma, che introduce il fermo preventivo e rafforza il DASPO urbano, si inserisce in un clima di crescente criminalizzazione del dissenso già denunciato dal Rapporto Amnesty International 2026, che cita casi come le restrizioni ai manifestanti pro-Palestina a Udine.
Le transenne di Piazza della Signoria sono diventate così la manifestazione fisica di un limite democratico, separando i rappresentanti del potere dal popolo che quel potere ha fondato. Mentre le piazze istituzionali apparivano blindate, la partecipazione autentica si è rifugiata nelle piazze "vive" come Tanucci, Poggi e Santo Spirito. Qui la memoria è rimasta una pratica collettiva, libera dai filtri burocratici di una sicurezza che sembra temere la piazza stessa.
Esiste un paradosso sistemico nel voler celebrare la Liberazione — un atto di coraggiosa rottura dell'illegalità fascista — chiudendosi dentro un perimetro di massima sorveglianza. Come ricordato dalle opposizioni, la Repubblica è nata da chi scelse di essere partigiano proprio nell'illegalità. Usare la "legalità" del decreto per escludere la cittadinanza dalla festa del popolo significa negare l'essenza stessa dell'insurrezione che ha costruito lo Stato.
La Resistenza non può essere ridotta a un sentimento di nostalgia o a una parata per pochi eletti, ma deve tradursi in quella "fedeltà" ai valori costituzionali citata dalla Sindaca Funaro. Tuttavia, i veri custodi di questa fedeltà sembrano essere i bambini della scuola Villani, che con la loro richiesta di restauro hanno forzato le istituzioni a occuparsi di una memoria che rischiava di essere dimenticata o, peggio, sbiadita dal silenzio.
Questi giovanissimi studenti, agendo contro il degrado dell'insegna e partecipando con entusiasmo all'inaugurazione, hanno dimostrato che la storia non ha bisogno di protocolli, ma di verità e dignità. Essi hanno involontariamente sovvertito il tentativo di censura, riportando l'attenzione sui nomi e sui fatti che la politica di quartiere ha cercato di rendere "neutri".