Caso Fakir: manifestazione oggi pomeriggio davanti alla Prefettura
La sicurezza è la promessa più sacra dello Stato al cittadino: l'impegno a proteggere la vita, specialmente quando questa si fa fragile. Ma la mattina del 19 luglio, a Bologna, questa promessa si è infranta contro l'asfalto. Abderrahim Fakir non era una minaccia armata; era un uomo di 42 anni smarrito in una nebbia di confusione che avrebbe richiesto la mano di un medico, più che la morsa di un agente di pubblica sicurezza. Quando il soccorso si trasforma in esito fatale, il patto di protezione tra istituzioni e comunità vacilla. Il "caso Fakir" non è solo un fatto di cronaca, ma uno specchio deformante in cui l'aspettativa di tutela si scontra con una realtà brutale, lasciandoci a interrogarci su un sistema che, nel tentativo di imporre l'ordine, ha finito per consegnare un uomo al silenzio della morte.
Ciò che ha squarciato la coscienza collettiva non è solo l'esito tragico dell'intervento, ma il "fermo immagine" emotivo restituito dai video online. La critica di Maurizio Cei, segretario della Federazione PD Empolese Valdelsa, punta il dito contro un vuoto di umanità percepito negli istanti finali: non la concitazione della lotta, ma l'apatia del distacco mentre un corpo smetteva di respirare: «Quello che più colpisce dai video online è stata l’indifferenza con cui è stato trattato Fakir, quando già non opponeva più nessuna resistenza, probabilmente già morto. Il rispetto della dignità della vittima e la tutela della vita umana devono rappresentare, in ogni circostanza, il principio cardine dell'operato delle istituzioni».
Questa indifferenza non è un vuoto casuale, ma un tradimento. Suggerisce una possibile deriva sistemica dove il protocollo annulla l'individuo. Se la "mancanza di formazione" denunciata dalla politica si traduce in un distacco tecnico verso il dolore, la divisa smette di essere uno scudo per diventare una barriera che deumanizza chi è in difficoltà, trasformando la custodia in abbandono.
Il potere esercitato dalle Forze dell'Ordine non è un'autorità assoluta, ma un prestito fiduciario. Come ricordato dai consiglieri del Movimento 5 Stelle, Rossi Romanelli e Galletti, il "monopolio della forza" è legittimo solo se ancorato al rispetto dei diritti. Questo equilibrio si regge su tre pilastri che non ammettono deroghe:
- Sicurezza: L’intervento deve neutralizzare il pericolo, non crearne uno maggiore.
- Ordine pubblico: La gestione della crisi deve avvenire entro i binari della convivenza civile.
- Rispetto dei diritti: La tutela della dignità umana rimane intatta anche sotto fermo giudiziario.
Quando l’uso della forza esorbita da questi confini, il legame tra Stato e cittadino si spezza, trasformando l’istituzione da garante di libertà a fonte di timore.
La tensione è palpabile: da un lato la piazza (ANPI, ARCI, CGIL), dall'altro la difesa corporativa (SAP, Lega, Gruppo Misto). Il titolo della manifestazione fiorentina, "È stato morto un uomo", è un colpo di martello comunicativo. L'uso forzato del verbo "essere" invece di "avere" non è un errore grammaticale, ma una precisa accusa politica: suggerisce che la morte non sia un evento accidentale, ma un prodotto dello Stato.
Dall'altro lato, Massimo Bartoccini (SAP) denuncia un clima di "indignazione selettiva", ricordando i 64 operatori feriti negli scontri a Bologna, tra cui 26 agenti del Reparto Mobile di Firenze: «Disumano è negare a due servitori dello Stato la presunzione d’innocenza. Disumano è indicarli come responsabili prima degli accertamenti. Disumano è utilizzare una tragedia per alimentare ostilità contro l’intera Polizia di Stato».
Il rischio è il "processo di piazza" che scavalca i tempi tecnici dell'autopsia e delle bodycam, trasformando una tragedia in uno scontro tra tifoserie ideologiche.
L’analisi di Stefania Collesei porta alla luce i dettagli tecnici di un arresto che evoca fantasmi del passato. L’uso dello spray urticante e l’immobilizzazione in posizione prona, con la faccia schiacciata a terra, ricalcano drammaticamente il caso di Riccardo Magherini del 2014. Non è solo un sospetto, è una cicatrice aperta.
A dare voce a questo parallelismo è Andrea Magherini, fratello di Riccardo: «Fakir ha gridato aiuto. Tante volte ha gridato aiuto, per tanti minuti, poi il silenzio».
Queste parole trasformano l'episodio in un fallimento sistemico. La "sicurezza senza diritti è arbitrio": se le linee guida non cambiano, se non si investe in formazione per gestire soggetti in alterazione psichica senza ucciderli, la morte diventa un'opzione procedurale. Il dilemma è atroce: siamo davanti a una tragica impreparazione tecnica o a una "licenza di uccidere" figlia di un clima politico che giustifica sempre la forza?
Nello scontro tra fazioni, la vittima rischia di diventare un accessorio. Per Guglielmo Mossuto (Lega) e Luca Santarelli (Gruppo Misto), le critiche di sinistra sono attacchi "indegni" che usano le divise come bersaglio politico per colpire il Governo. Al contrario, la critica progressista vede nel corpo di Fakir il fallimento delle politiche di inclusione sociale.
In questa polarizzazione, la divisa viene usata alternativamente come scudo per nascondere responsabilità individuali o come bersaglio per alimentare la propaganda. È un gioco pericoloso che distoglie l'attenzione dalla verità fattuale e dalla necessità di riforme strutturali, riducendo una vita umana a un simbolo da sbandierare nelle aule consiliari.
Il caso di Abderrahim Fakir non può finire nell'archivio della cronaca nera senza una risposta definitiva. Lo esige la famiglia, lo esige la credibilità delle stesse Forze dell'Ordine. La trasparenza totale è l'unico modo per ricucire il patto infranto. Perché se la dignità umana smette di essere il principio cardine di ogni intervento, la sicurezza non è più un diritto, ma diventa la forma più cruda dell'arbitrio di chi detiene il potere.