Aggiornare il Regolamento sull’imposta di soggiorno?
Le nostre città d’arte stanno scivolando verso una metamorfosi irreversibile: da organismi viventi e stratificati a spazi sotto stretta sorveglianza, regolati da ticket d’ingresso e dispositivi di controllo sempre più pervasivi. Il quesito non è più meramente logistico, ma ontologico: stiamo trasformando i centri storici in parchi a tema inaccessibili? Il rischio è che ticket e divieti non siano soluzioni al sovraffollamento, ma strumenti di una nuova ingegneria sociale che espelle la spontaneità per far posto a un’efficienza asettica e mercantile.
L’introduzione di tariffe d'accesso non è mai un’operazione neutra o puramente contabile. È un atto di selezione dei corpi in movimento. Alzando la soglia economica, l'amministrazione non si limita a fare cassa, ma opera una distinzione qualitativa tra "visitatori desiderabili" (chi pernotta e spende) e "indesiderabili" (il turismo mordi-e-fuggi).
"Dal punto di vista teorico, le tariffe funzionano come una forma di biopolitica economica. Regolano i corpi in movimento tramite incentivi/disincentivi monetari, trasformando flussi in risorse estratte o in soggetti 'governabili'." spiega Gian Luigi Corinto, docente di Geografia e marketing agroalimentare Università Macerata.
Questa selezione genera una "doppia asimmetria" insidiosa: mentre favorisce i grandi player del settore premium e le aziende turistiche consolidate, penalizza ferocemente le pratiche meno capitalizzate ma culturalmente vitali. Penso ai giovani viaggiatori, agli studenti o alle reti di scambio culturale informale. In questo modo, la città smette di essere un luogo di incontro tra diversi per diventare un club esclusivo, dove la cultura è mediata esclusivamente dal portafoglio.
I divieti di sedersi sui gradini, di consumare cibo in strada o di circolare in determinati orari non sono semplici aggiustamenti tecnici al decoro urbano. Sono dispositivi disciplinari che impongono una "norma" di comportamento univoca, trasformando la città in un ambiente "domesticato".
Il centro storico viene così isolato dal tessuto urbano circostante, diventando una zona a regime di "eccezione" regolamentare. In questi perimetri sorvegliati, la vita quotidiana viene sottomessa a una disciplina quasi museale. Il risultato è la desertificazione della spontaneità: se ogni gesto deve rispondere a un regolamento, la città perde la sua natura di spazio pubblico per diventare una scenografia vigilata, dove la deviazione dalla norma viene punita per preservare l'estetica del consumo.
Il passaggio più critico è lo scivolamento della sovranità dai rappresentanti eletti ai manager amministrativi e agli algoritmi. Quando la gestione di una città si affida a sistemi di prenotazione obbligatoria, permessi digitali e varchi elettronici, il potere decisionale viene tecnicizzato e sottratto al dibattito democratico.
Questa governance tecnico-amministrativa rappresenta una privatizzazione di fatto del bene comune. Se l’accesso a una piazza è deciso da un software di ottimizzazione dei flussi, non esiste più un responsabile politico da chiamare in causa nelle urne. Il cittadino scompare, sostituito dall'utente di una piattaforma. In questa tecnocrazia urbana, la trasparenza e la partecipazione democratica soccombono di fronte all'imperativo dell'efficienza gestionale.
Esiste un'illusione pericolosa: l'idea che alzando i prezzi e stringendo i divieti si ottenga un turismo "di qualità" e meno impattante. Al contrario, l'aumento dei costi sposta semplicemente il consumo verso fasce più abbienti, che spesso hanno un impatto ambientale e sociale non inferiore, ma solo più costoso.
La città d’arte viene così riprodotta come una "merce rara". In questo scenario, persino l'autenticità viene svuotata: le esperienze "vere" del vivere locale diventano prodotti di nicchia venduti a prezzi maggiorati. È la mercificazione definitiva dell'identità urbana: ciò che un tempo era un diritto — camminare, osservare, esistere in uno spazio collettivo — diventa un bene di lusso confezionato per un'élite.
Nella seduta del Consiglio comunale di Firenze fissata per lunedì 29 giugno 2026, sotto la presidenza di Cosimo Guccione, l'assemblea di Palazzo Vecchio è chiamata a discutere una proposta che incarna l'idea di città come sistema di estrazione e controllo. La delibera, presentata dai consiglieri di Fratelli d’Italia Angela Sirello e Matteo Chelli, propone di legare direttamente il gettito dei flussi turistici a funzioni di ordine e pulizia, trasformando la tassa di soggiorno in uno strumento di gestione della criticità urbana.
Nello specifico, la proposta prevede:
- L'aggiornamento del Regolamento comunale sull’imposta di soggiorno per adeguarlo alle nuove pressioni turistiche.
- La destinazione vincolata del gettito ai servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti, cercando di coprire i costi generati dalla massa dei visitatori.
- Il finanziamento di iniziative per la sicurezza urbana, rafforzando l'apparato di controllo e vigilanza sul territorio.
Questo caso dimostra come la politica urbana stia abdicando alla sua funzione di pianificazione sociale per ridursi a una gestione riparatoria: si tassano i corpi per pulire i loro scarti e per sorvegliare i loro movimenti, chiudendo il cerchio della città-azienda.
I ticket e i divieti sono palliativi digitali che tentano di curare con la tecnologia problemi che sono profondamente politici e sociali. Senza un orizzonte di partecipazione democratica e una reale volontà di mitigare le disuguaglianze, ogni intervento rischia di essere solo una strategia di esclusione mascherata da tutela del patrimonio. Dobbiamo chiederci, prima che sia troppo tardi: siamo pronti ad accettare la definitiva mercificazione del diritto umano a sostare e ad esistere nello spazio pubblico senza dover esibire una ricevuta di pagamento?