Sartoria Teatrale dal 1860: Firenze chiude il sipario

Nasce nel 1860 in via Guelfa e si trasferisce negli anni '20 in piazza del Duomo, oggi vanta migliaia di euro di crediti, ma deve andarsene


Una attività artigianale con oltre 150 anni di storia costretta a lasciare Firenze. La vicenda della Sartoria Teatrale Fiorentina è una di quelle storie che fanno venire i brividi per la quantità di luoghi e di nomi che si alternano nel calendario dei ricordi.

Il Palazzo del '500 si affaccia sulla lunga fila che ogni giorno conduce i turisti a visitare la Cupola del Brunelleschi. Oggi Massimo ha preparato gli scatoloni e ci accoglie al primo piano della sua gloriosa Sartoria con gli occhi lucidi ed il cuore imbastito con gli spilli "Siamo quasi pronti all'inevitabile trasloco. Si accavallano tanti ricordi degli ultimi 14 anni di attività, ma ancora di più sono gli anni che mi vedono depositario di una memoria composta di costumi, bozzetti, libri contabili e diari di commissione, delle vere e proprie sceneggiature dei costumi dove sono riportati in ordine di apparizione sulla scena tutti gli abiti e gli accessori confezionati in oltre 150 anni di lavoro".

Come siete arrivati alla chiusura? "L'epilogo ha dell'assurdo. Vantiamo crediti per alcuni lavori da migliaia di euro eseguiti da oltre un anno in giro per l'Italia, in teatri di fama. Sono costantemente in contatto con i Soprintendenti che mi promettono sollecitazioni di pagamento, ma all'atto pratico ci sono comuni che hanno effettuato il mandato di pagamento e le banche non trovano la copertura per pagare il mio lavoro. Esistono leggi che, in virtù della sopravvivenza degli enti, consentono di ritardare i pagamenti ai creditori. Questo ha portato alla difficoltà di pagare l'affitto e scattati i 10 giorni di ritardo, ho ricevuto prima la risoluzione del contratto e poi l'ingiunzione di sfratto"

Essere una attività storica vi ha aiutati? "Proseguiamo nell'assurdo.. Pur avendo avuto contatti con chi si interessa della tutela delle attività artigianali, non siamo mai stati riconosciuti come attività storica. Con oltre 150 anni di attività non siamo un esercizio storico perché non abbiamo una vetrina su strada; siamo una bottega, un laboratorio e non un negozio".
 
Tra i costumi realizzati negli anni anche quelli del Calcio Storico Fiorentino "Dopo l'alluvione del Novembre '66 - ricorda Massimo - non c'erano i soldi per sistemare quelli rovinati e la Sartoria ne creò di nuovi per permettere lo svolgimento della manifestazione mettendoli gratuitamente a disposizione". 


Avete bussato a qualche porta prima di andare via? "Certamente. La proprietà non ne ha voluto sapere di prorogare il contratto. In questo stabile già alcuni appartamenti sono stati convertiti in attività ricettive, ma sinceramente non ho idea di quale futuro abbiano queste mura. Ho ricevuto ascolto ed aiuto in Palazzo Vecchio da parte della consigliera Cristina Scaletti e, dopo una sua interrogazione che ha portato il problema a conoscenza dell'amministrazione, anche dell'assessore Cecilia del Re. Però sembrano non esserci le condizioni e gli spazi per poter proseguire l'attività a Firenze. Mi sono offerto, qualora ci fosse un locale disponibile, a sostenerne la ristrutturazione. Nulla di fatto. Ho ricevuto una proposta cortese e piena di entusiasmo da parte di un'altra città toscana dove spero di poter proseguire con altrettanta passione non solo il lavoro ma anche l'attività formativa e culturale mettendo a disposizione dei giovani il materiale storico e la mia esperienza professionale".

Quando nasce l'idea di rilevare la Sartoria? "Circa 14 anni fa la Camera di Commercio ha bandito un concorso al quale ho partecipato con un progetto accolto con grande favore dalla commissione che mi riconobbe un finanziamento ad interessi agevolati. Non sono anziano, ma fino a quel momento avevo già lavorato molto al fianco di anziane sarte piene di esperienza ed ero molto conosciuto nell'ambiente dello spettacolo teatrale. Su suggerimento di una cara amica ho provato a partecipare al bando e quando mi sono ritrovato in mano qualche soldo ho semplicemente aggiunto del mio per poter acquistare l'attività e subentrare nell'affitto dei locali".

Di cosa ha vissuto in questi anni? "Mi sono attivato per poter fornire un servizio di alto livello a numerose fondazioni liriche italiane ed estere. Abbiamo lavorato con grandi registi e per straordinarie produzioni, mettendo da parte una quantità incredibile di bozzetti e circa 4000 costumi che potrebbero competere oggi con le blasonate mostre del settore. Non ho usufruito di incentivi, nessuno mi ha supportato in questo ed ho lavorato molto sui contatti personali. Ho aperto le porte alle scuole straniere che sono venute a vedere come lavora un artigiano fiorentino. Ho anche tenuto dei corsi ed ho accolto studenti di famose scuole di moda che, ad essere sincero, mi hanno un po' deluso. Grandi parole, sensazionali aspettative e poi non sapevano fare cose molto elementari. Ho toccato con mano l'inadeguatezza di certi studi che mettono in mano ai ragazzi un titolo importante, ma una preparazione di base insufficiente".

I teatri a Firenze non mancano, parla di Spagna Francia, come mai non cita collaborazioni sul territorio? "Devo ammettere che la piazza fiorentina è stata sempre molto avara, per questioni pratiche: mancanza di soldi da investire. Alcune collaborazioni che sarebbero dovute partire non hanno avuto seguito e dopo essere stato coinvolto sono rimasto magicamente fuori da svariati progetti, alcuni dei quali hanno poi visto la luce, ma a quale prezzo lo scopriremo misurandone la sopravvivenza".

Massimo si guarda intorno
e non vuole scordarsi nulla: modelli, accessori, forme per cappelli, macchinari per il taglio della pelle, macchine da cucire ed apparecchiature meccaniche per il confezionamento di abiti di scena "Tra queste mura ho dato tutto me stesso, ho messo la passione di un giovane aspirante sarto che si intratteneva oltre l'orario di lezione per aiutare chi in sartoria lavorava duro, che studiava e si esercitava senza sosta perché se ci sai fare puoi creare degli abiti pazzeschi. Ho rincorso il tempo, saltato i pasti e dormito in piedi,  per consegnare il lavoro nel giorno stabilito. Nessuno ci santificherà mai per questo, per la nostra dedizione al lavoro, ma andarsene in questo modo fa un po' male..".

Antonio Lenoci