Festa della Toscana: Giani, 150 iniziative per l’ultima edizione

A palazzo del Pegaso, in mostra fino al 28 febbraio, il fascicolo con la stesura manoscritta definitiva del testo della riforma del 1786. Negli ultimi dieci anni il codice leopoldino esposto solo due volte a Firenze


Firenze- Una storia che dura dal 1786 e che oggi, spiega il presidente del Consiglio regionale, Eugenio Giani, presenta una Toscana fatta di ingegno, cultura, moda, artigianato. Sono le ‘eccellenze’ riunite per la tavola rotonda nell’auditorium a palazzo del Pegaso, a conclusione dei due giorni dedicati agli ‘Stati generali dell’identità toscana’ e compendio della Festa della Toscana 2016. Dal presidente anche un bilancio delle 150 iniziative che hanno animato l’edizione appena conclusa, tra quelle promosse direttamente dal Consiglio regionale, progetti degli enti locali (47), dalle associazioni private e onlus su tutto il territorio regionale (78), dagli istituti scolastici della regione.

Il riferimento alla lungimiranza di Pietro Leopoldo, che nel 1786 fece del Granducato di Toscana il primo Stato al mondo ad eliminare la pena di morte, si accompagna all’attualità: “Tre miliardi di persone vivono ancora in un ordinamento penale che prevede la pena di morte”, ricorda Giani. Il segno di una battaglia di civiltà non ancora vinta, che per la Toscana ha il tratto identitario e culturale che fa da “modello di sviluppo”. Un “modello” che il presidente del Consiglio lega alla platea in auditorium.

“Le eccellenze” qui riunite, sottolinea Giani, “rappresentano una storia di successo. Il presidente cita Curzio Malaparte, “Sono i maledetti toscani”, quelli che “possono dare molto al nostro Paese in termini di sviluppo, non in modo competitivo ma con le loro caratteristiche”: Eugenio Alphandery, presidente dell’Officina farmaceutica di Santa Maria Novella; Andrea Calistri, artigiano della moda; Fabio Picchi, cuoco e scrittore; Marco Vichi, scrittore; Francesco Clementi, amministratore delegato della cooperativa L’Orologio 2.0.

“E’ la prima volta - ha detto il presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani – che il codice leopoldino entra a palazzo del Pegaso, nel nostro spazio museale”. “Si tratta – ha aggiunto il presidente Giani – del documento originale con cui Pietro Leopoldo nel 1786 sancisce l’abrogazione della pena di morte”. Così il presidente ha dato inizio alla mattinata di eventi nel palazzo del Pegaso, dove sono in corso le manifestazioni conclusive dell’edizione 2016 della Festa della Toscana.

Negli ultimi dieci anni il codice leopoldino è stato esposto soltanto a Firenze e soltanto altre due volte: nel 2014, alla Galleria Palatina di palazzo Pitti e nel 2016 all’Archivio di Stato per lamostra “Correggere e prevenire. La politica riformatrice di Pietro Leopoldo e la casa di correzione nella Fortezza da Basso di Firenze”. Si tratta come ha ricordato Giani di un atto esemplare che rigetta la violenza e che condizionerà gli ordinamenti giudiziari di molti altri Stati del mondo, imponendo un’altra idea di giustizia.

Il fascicolo esposto, estratto dalle buste d’archivio dove si conservano anche tutti gli atti preparatori, le minute corrette e rielaborate della legge, le statistiche criminali, gli studi e le osservazioni, i testi giuridici italiani e stranieri studiati (principale Beccaria), è quello con la stesura manoscritta definitiva del testo della riforma, che poi fu stampato da Gaetano Cambiagi.

Questa legge tra il 1787 e il 1790 ebbe più di 10 edizioni e fu tradotta in francese, tedesco, inglese e latino, diventando famosissima. I lavori di preparazione della riforma durarono dal 1782 al 1786, e Pietro Leopoldo la elaborò in prima persona e con la stretta collaborazione dei consiglieri Tosi, Caciotti, Giusti, Cercignani. Si tratta della legge più celebre mai emanata in Italia, della più famosa nell’Europa del ‘700 e della riforma più importante di Pietro Leopoldo. Introdusse concetti di giustizia penale del tutto innovativi e progressisti, frutto e obiettivo più alti del pensiero illuminista: abolizione della tortura, della pena di morte, del reato di lesa maestà, accelerazione dell’iter processuale, indennizzo per le persone ingiustamente processate. Nell’articolo 51 si afferma che la pena capitale toglie la “possibile speranza di veder tornare alla società un cittadino utile e corretto” e che una “diversa legislazione” più si conviene “alla maggior dolcezza e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel Popolo Toscano”. Inoltre, essa stabilisce processi basati su procedure chiare e controllabili per giudicare l’imputato in tempi brevi e secondo prove certe, e inserisce la figura del difensore d’ufficio per coloro che non possono permettersi un avvocato. Abolisce la tortura giudiziaria e l’equiparazione della contumacia alla confessione, concedendo la libertà provvisoria agli accusati. Abolisce inoltre il delitto di lesa maestà.

Il manoscritto rimarrà in mostra nella sala Capponi fino a martedì 28 febbraio.

Redazione Nove da Firenze