​Un profugo a casa, la Toscana apre le porte ai nuovi ospiti

Sergio, 37 anni, lavora come grafico in un'azienda. Letizia, 39, è giornalista e per una volta è protagonista della storia che racconta


Una volta in Toscana, è stato per qualche tempo a Dicomano e poi appunto nella frazione di Polcanto, da Firenze giusto un passaggio. Alla cooperativa raccontano il suo entusiasmo nel partecipare ai laboratori proposti, dal giardinaggio alla falegnameria fino alla cucina. "Mi piace cucinare italiano" ripete anche oggi. Ha avuto anche un'esperienza in un ristorante, mentre era qui, ma soprattutto si è distinto nel laboratorio di teatro e grazie ad uno spettacolo allestito dal centro, in cui era tra i protagonisti, ha vinto una borsa di studio per un corso di recitazione presso il Laboratorio Nove di Sesto Fiorentino. Tutto ciò non lo ha distratto dallo studio: infatti Mohammed ha seguito i corsi di lingua e a settembre ha passato con successo l'esame per l'iscrizione alla terza media. Seguirà le lezioni alla Beato Angelico di Firenze.
Prima di tornarsene a casa, fuori, i giornalisti gli chiedono le ultime foto davanti al Duomo e in quel momento si avvicina una turista incuriosita: "Scusate, ma chi è quel ragazzo? E' un modello o un giocatore di basket?". No, gli rispondono i fotografi, è solo un ragazzo che è stato costretto a fuggire dal proprio paese.

Mohammed ha ventuno anni ed arriva dal Gambia, staterello affacciato sull'Atlantico appena più grande dell'Abruzzo, da più di venti anni retto da una dittatura dimenticata e dal 2015 stato islamico. Orfano e senza più parenti, Mohammed è fuggito dall'Africa, un viaggio lungo un anno e quattro mesi, e ora è ospite a Firenze di Letizia, Sergio e i loro tre figli piccoli, otto anni la più grande, cinque il secondo e dieci mesi l'ultima arrivata. Sono loro i primi a partire con il progetto di accoglienza in famiglia lanciato un anno fa dalla Regione e a luglio finalmente autorizzato dal Viminale.

 "Ci sono due problemi nel mio paese – dice Mohammed, in italiano -: il regime feroce e l'omofobia". In Gambia è stato oggetto di persecuzioni personali ed ha attraversato il mare, come tanti altri, perché forse era l'unico modo per salvarsi la vita. "Con mio marito – spiega Letizia - abbiamo visto come tanti le immagini in televisione che raccontano l'enorme fenomeno migratorio che appartiene ai nostri anni ed abbiamo capito che la differenza tra noi e loro, tra quei bambini e i nostri figli, era in fondo solo la fortuna: noi nati qui, loro là". Così la stanza dei giochi dei bimbi si è fatta un po' più stretta ed è diventata la stanza di Mohammed. "Sappiamo che la convivenza potrà essere complessa – dice -, ma speria mo che sia anche bella e capace di insegnare qualcosa ai nostri bambini".

Guarda al mondo Letizia, ma è anche pragmatica e pensa all'economia domestica e all'organizzazione delle giornate, anche se prima di decidere non si è messa a fare troppi conti se i 16 euro al giorno di rimborso erano sufficienti a coprire le spese. "La più terrorizzata – confessa - era mia madre: per la logistica, sia chiaro. Noi siamo infatti fuori quasi tutto il giorno ed è lei che si occupa dei bambini. Ma tutto questo non ci ha impedito di agire". "A volte le cose difficili sono più semplici del previsto. E comunque – conclude - trovo disumano non fare niente, anche se la soluzione non può essere solo dei singoli". Per adesso Mohammed starà con loro per sei mesi, poi si vedrà. Programmi oltre nessuno ne fa al momento.

Bugli: "Così pensiamo all'immigrazione in modo diverso"
Letizia e Mohammed hanno partecipato oggi ad una conferenza stampa a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze nella sede della presidenza della Regione. C'era anche l'assessore all'immigrazione Vittorio Bugli, emozionato. "Accogliere in famiglia – dice – ci fa pensare all'immigrazione in modo diverso. Ci aiuta a dare un volto e un nome a quelle persone che arrivano e che generalizzando chiamano profughi". "Non tutte le famiglie che si sono fatte avanti diventeranno altrettanto esperienze di accoglienza - spiega - Ci sono situazioni che mal si adattano e ce ne stiamo già rendendo conto. Ma ce ne sono anche altre che stanno procedendo: quella di Mohammed è appunto una di queste". Alla conferenza stampa in Regione c'erano anche Matteo Conti, Andrea Ricotti e Francesco Venturi, rispettivamente presidente, responsabile del progetto di accoglienza in famiglia e operatore della cooperativa "Il cenacolo", parte del consorzio Co&So e che gestisce la struttura di Polcanto in Mugello dove il ragazzo del Gambia fino ad oggi ha trovato ospitalità. "Tutto è partito con una telefonata di Letizia – dicono – Dovevamo trovare una famiglia accogliente ma anche una persona disponibile a farsi accogliere. Li abbiamo trovati, li abbiamo fatti incontrare, insieme abbiamo scritto le regole e ora sono pronti a partire".

La fase preliminare all'inserimento è iniziata qualche settimana fa. Sergio, Letizia e i bimbi hanno incontrato il ragazzo una volta a pranzo, poi hanno passato alcune giornate assieme. "Nei prossimi giorni andremo a raccogliere olive in Maremma, nella casa in campagna" dice la donna. Poi la prossima settimana l'ospitalità diventerà stabile, ma non si perderanno i contatti con la cooperativa. L'educatore che si occupa dell'inserimento incontrerà infatti per un'ora a settimana l'ospite, per capire come sta andando la convivenza, e continuerà ad occuparsi del lavoro che sta dietro e che riguarda il progetto di inserimento.

Dall'Africa al Mugello, su una barca in balia delle onde
E' da un anno e mezzo oramai che Mohammed è arrivato in Italia, ma raccontare continua ad essere doloroso. I giornalisti gli chiedono da dove è partito, chi era con lui. Nella sua fuga attraverso l'Africa, lunga sedici mesi, non sono mancati momenti difficili. In Libia ha lavorato per un paio di mesi per un poliziotto del posto (o almeno uno che si spacciava come tale) ed è stato lui a farlo salire su un barcone. Quattro giorni in mezzo alle onde, fino alla Sicilia: sopra erano in almeno cento e in venticinque, ricorda, non ce l'hanno fatta.

In poco più di due mesi - con l'estate ed agosto nel mezzo - già settantatré famiglie si sono fatte avanti per ospitare in casa un profugo, che non sarà il richiedente asilo appena sbarcato ma chi è già in Italia da almeno sei mesi, come previsto del resto dall'accordo firmato con il Ministero dell'interno e le Prefetture. Altri sessantanove hanno invece messo a disposizione case o locali sfitti.

Il progetto di accoglienza in famiglia, lanciato un anno fa e a luglio autorizzato dal Viminale, è l'ultima declinazione del modello toscano di accoglienza diffusa. Sono passati settanta giorni e allo 055.4383030, il numero della Regione attivo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 (e il giovedì anche dalle 14 alle 17), hanno telefonato toscani davvero di tutti i tipi: coppie e single, famiglie con figli grandi e figli piccoli, giovani e anziani, lavoratori e pensionati. Era già successo l'anno scorso tra settembre e novembre, dopodiché in attesa del via libera dal Governo il numero di telefono era stato chiuso. Ed è successo di nuovo. A farsi avanti c'è stata anche una coppia del Mali, da cinque anni residente in Toscana, regolare e con lavoro stabile, che accoglierebbe volentieri richiedenti asilo in casa.

"Certo – spiega subito l'assessore all'immigrazione, Vittorio Bugli – non tutte le disponibilità potranno tradursi automaticamente in una vera accoglienza. Ci sono situazioni che mal si adattano: ce ne stiamo già rendendo conto". Va conciliata la logistica e non va trovata solo una famiglia adatta ma anche un persona disponibile e pronta a farsi accogliere.

Sulle disponibilità la risposta più grande è arrivata dalla provincia di Firenze, che in fondo è anche la più popolata della regione: in tutto trentuno telefonate positive fino all'11 ottobre. In tre hanno risposto dalla provincia di Arezzo, dieci da Grosseto, quattro dalla provincia di Livorno, sei da Lucca, quattro dalla provincia di Massa Carrara, nove da Pisa e due da Pistoia. Otto province su dieci hanno risposto all'appello.

Quanto ad appartamenti o strutture alberghiere pronte per essere messe a disposizione – si cercano immobili ampi abbastanza per ospitare almeno cinque persone – sono arrivate nove offerte da Arezzo, ventiquattro da Firenze, dodici da Grosseto, cinque da Livorno, due da Lucca, tre da Massa - Carrara, sei da Pisa, sette da Pistoia e cinque da Siena. In questo caso sono nove province coinvolte. Tra chi ha offerto la disponibilità di un appartamento vuoto c'è anche un signore di Terentola, in provincia di Arezzo, che però ha gli immobili sfitti a Fondi, nel Lazio in provincia di Latina. Una telefonata è giunta anche da Taranto in Puglia, ma chiaramente non potrà essere presa in considerazione.

Visita della Asl e poi scelta del gestore
Chi telefona deve dire dove si trova la casa o l'appartamento, il numero di vani e la composizione del nucleo familiare, anche mononucleare, professione e eventuali lingue straniere conosciute. Successivamente chi ha dato disponibilità viene ricontattato. Il primo passo riguarda la verifica dell'adeguatezza della sistemazione: ci pensa in prima istanza la Asl. Dopodiché subentra il contatto con l'ente gestore, ovvero uno tra i soggetti, per lo più associazioni e cooperative, che hanno convenzioni in Toscana per offrire accoglienza ai richiedenti asilo. Insieme individuano chi, tra gli ospiti, inserire all'interno del nucleo familiare, con un percorso graduale e facendoli prima conoscere tra loro: un migrante per casa.

Un posto in famiglia per chi è da sei mesi in Italia
Nelle famiglie saranno accolti i profughi più autonomi e che meglio conoscono l'italiano, in ogni caso i richiedenti che con il proprio profilo meglio dimostrano di confarsi alla particolare sistemazione. L'esser in Italia da almeno sei mesi è uno dei requisiti. Quella in famiglia è infatti un'accoglienza di secondo e terzo livello: successiva ai centri di accoglienza temporanea, in qualche caso utile dopo un passaggio magari negli Sprar e di cui usufruirà solo una piccola parte dei richiedenti asilo ospiti delle tante piccole strutture disseminate nel territorio toscano.

Chi fa cosa: patto e addendum
Le famiglie devono pensare al vitto (colazione, pranzo e cena) e all'alloggio, compresa la pulizia della biancheria. Gli enti gestori continuano, come ora, ad occuparsi del resto, ovvero corsi di lingua, servizi di accoglienza e pratiche burocratiche. Le prefetture firmano una sorta di contratto con gli enti gestori. Questi, a loro volta, siglano un patto di solidarietà con le famiglie. C'è pure un addendum, dove famiglie e gestori specificano ulteriori dettagli: la ripartizione, ad esempio, dei 35 euro al giorno erogati per ogni richiedente asilo dall'Unione europea (con il parziale contributo dello Stato). L'indicazione è di lasciare 19 euro al gestore, compresi i 2,5 di pocket money (che è la diaria giornaliera a disposizione dei migranti), e girare alle famiglie i 16 euro che rimangono, che saranno considerati come rimborso spese e dunque non tassabili. L'agenzia delle entrate già si è espressa positivamente al riguardo.

Fermo restando che l'accoglienza può interrompersi in qualsiasi momento, l'indicazione sulla permanenza sarebbe quella di non meno di tre mesi e non di più di un anno. Per chi decide di accogliere un richiedente asilo in casa sarà organizzata un adeguata di formazione.

Sul sito della Regione sarà pubblicata una pagina con tutte le informazioni utili.

Redazione Nove da Firenze