Sportelli Asl in carcere: opportunità di lavoro per i detenuti

Grazie a un accordo Regione-Amministrazione penitenziaria. Il garante detenuti Corleone a Pistoia: ambienti migliorati ma resta sovraffollamento. Studiare in prigione: le migliori pratiche in Europa secondo una ricerca dell'Università di Pisa


FIRENZE- Sportelli amministrativi delle Asl all'interno degli istituti penitenziari. O, viceversa, detenuti che vanno a lavorare nelle sedi Asl. Opportunità lavorative per i detenuti previste dall'accordo di collaborazione tra Regione Toscana e Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Toscana e l'Umbria, siglato stamani dall'assessore regionale al diritto alla salute e al sociale e da Antonio Fullone, provveditore del Prap. Da tempo la Regione Toscana è impegnata per migliorare le condizioni di vita dei detenuti degli istituti penitenziari presenti sul territorio regionale (teatro in carcere, materassi, libri di testo e narrativa, ecc.). Già prima del passaggio delle competenze di sanità penitenziaria dalla Giustizia al Servizio sanitario regionale (aprile 2008), venivano inoltre garantiti alcuni servizi sanitari (tossicodipendenze, psicologia, ricoveri ospedalieri, ecc.). Dal 2010 al 2014 sono stati firmati protocolli con l'amministrazione penitenziaria, con l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione detenuta, attivare opportunità formative e lavorative, preparare all'uscita in modo da ridurre la recidiva e favorire il reinserimento sociale. In questo quadro si inserisce l'accordo firmato stamani, che prevede l'attivazione di sportelli amministrativi (Cup, ecc.) e call center delle aziende sanitarie all'interno degli istituti penitenziari. O anche (qualora le condizioni giuridiche lo consentano) l'uscita di alcuni detenuti dal carcere, per andare a lavorare nei call center e agli sportelli amministrativi delle sedi Asl. Obiettivo, avviare e sperimentare in alcune carceri un format organizzativo che possa essere riproducibile anche in altri istituti penitenziari. L'assessore ha sottolineato che quello siglato oggi è uno dei tanti accordi fatti con il Prap per migliorare le condizioni di vita dei detenuti, che devono avere le stesse opportunità e gli stessi servizi dei cittadini liberi. e ha ringraziato il provveditore per la disponibilità e la comunanza di visione. Il provveditore Fullone ha ricordato che il carcere è un momento importante di socializzazione, sicurezza e costruzione per quando poi si uscirà. Questo progetto, ritagliato sul target della popolazione detenuta, è un valore aggiunto. Ai detenuti sarà garantita un'opportuna formazione da parte della Asl titolare degli sportelli amministrativi, e corrisposto un compenso tramite borsa lavoro per un periodo di almeno sei mesi. Dopo la formazione e questi primi sei mesi, il rapporto di lavoro potrà essere trasformato, previa valutazione individuale di idoneità da parte della Asl, in contratto interinale per un periodo massimo di un anno. Al momento dell'uscita dal carcere, l'ex detenuto, a questo punto formato e con esperienza, potrà eventualmente accedere ai normali percorsi per un rapporto di lavoro strutturato al pari degli altri cittadini. L'esperienza è già in atto nel carcere di Massa, dove funzionano due postazioni amministrative call center della Asl Toscana nord ovest. Come prima ipotesi, si prevede l'attivazione, entro l'estate, di altri due call center della Asl Toscana centro nel carcere Gozzini di Firenze (a custodia attenuata, conosciuto come Solliccianino), e la presenza di alcuni detenuti nel call center, sempre dalla Toscana centro, a San Salvi, per un totale, in fase di avvio, di circa 10 detenuti. Per il 2018 la Regione ha stanziato 100.000 euro, con la previsione di un rinnovo per il 2019. La Asl coinvolta si impegna a fornire le apparecchiature necessarie (computer, mobili, rete dati e telefonica, apparecchi telefonici VOIP, software) e ogni altro intervento necessario per garantire la funzionalità del servizio. La Asl garantirà adeguati percorsi di formazione con i detenuti partecipanti e con affiancamento formativo al personale già operante nei servizi; e anche la supervisione del corretto svolgimento dei servizi. Le direzioni degli istituti penitenziari coinvolti garantiranno la sicurezza complessiva relativa all'attivazione degli sportelli all'interno del carcere, la selezione dei detenuti ritenuti idonei per le attività previste, sia per gli sportelli dentro il carcere che per quelli nelle sedi Asl, il reperimento di locali idonei per le postazioni di lavoro, l'attivazione di tutte le autorizzazioni per l'accesso esterno a internet e alle reti delle Asl. Il Prap si impegna a sensibilizzare e coinvolgere nelle attività previste dall'accordo le direzioni degli istituti penitenziari.

Nel carcere di Pistoia la ristrutturazione ha portato migliorie a spazi e ambienti ma resta ancora una situazione di sovraffollamento. E’ l’analisi del garante regionale dei diritti dei detenuti che questa mattina ha effettuato un sopralluogo nel carcere di Pistoia, accompagnato dal direttore Tazio Bianchi. La tappa rientra nel tour che Franco Corleone sta effettuando negli istituti penitenziari della Toscana per verificare criticità, aspetti positivi e condizioni di vita dei detenuti. Quello di Pistoia è un carcere piccolo con 4 reparti destinati alla media sicurezza, alla semilibertà, al transito-isolamento ed alla custodia attenuata. L’istituto, costruito negli anni ’30, è stato recentemente riaperto dopo la chiusura di un anno e mezzo per i danni causati da un uragano. Corleone ha evidenziato alcune positività in seguito alla recente ristrutturazione ma ha sottolineato ancora alcune carenze e lavori da effettuare il prima possibile. Secondo il garante va eliminata la copertura pesante che impedisce lo sguardo al cielo nel passeggio e devono essere aggiunti dei lavandini fuori dai bagni. Tra le criticità Corleone ha parlato del sovraffollamento, il carcere, infatti ospita 83 detenuti dei quali 41 stranieri provenienti da Albania, Nigeria, Marocco e Romania per una capienza di 57. Le celle non sono a misura d’uomo ma troppo piccole e troppo affollate, oppure troppo grandi, alcune anche con 6 letti. Tra gli aspetti positivi Corleone ha messo in risalto la presenza di una sala per i colloqui ampia e funzionale, di una bella area verde che favorisce gli incontri, della biblioteca aperta tutti i pomeriggi e della sala polivalente per l’attività teatrale. L’impegno del garante è adesso quello di chiedere fondi al Provveditore per l’apertura di uno spazio da adibire a palestra e per sistemare il locale per i servizi sanitari specialistici come l’odontoiatria.

Italia e Spagna, due contesti nazionali con storie e politiche penitenziarie simili, eppure con situazioni molto diverse se si focalizza l’attenzione sullo studio universitario in carcere. Da un lato la Spagna che ha attuato una serie di misure che l’hanno portata ad affermarsi come esempio di eccellenza nel panorama europeo, dall’altro l’esperienza del nostro Paese che, nonostante la virtuosa e singolare esperienza dei Poli Universitari Penitenziari, non riesce a generare importanti ricadute sistemiche. Un divario netto dunque, che emerge da un’analisi comparata condotta da Gerardo Pastore, ricercatore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Il lavoro, appena pubblicato sull’«International Journal of Inclusive Education», si inserisce nel quadro di una collaborazione di lungo periodo con Andrea Borghini, delegato del rettore dell’Ateneo pisano per il Polo Universitario Penitenziario di Pisa, e Antonio Viedma Rojas della Universidad Nacional de Educación a Distancia (UNED) di Madrid. “Il primo dato che si registra dal punto di vista quantitativo è quello relativo alla partecipazione delle persone detenute a corsi universitari – spiega Gerardo Pastore – e su questo punto, il ritardo dell’Italia è particolarmente marcato, infatti sebbene non sia semplice inquadrare il fenomeno in chiave comparata, i dati ci dicono ad esempio che nel 2015 gli iscritti erano 178 su una popolazione carceraria di circa 52 mila persone in Italia e 1.020 su circa 61 mila detenuti in Spagna”. Un distacco netto che però si spiega a partire dalle buone pratiche del modello spagnolo che lo studio individua in due elementi ben precisi: l’esistenza di una convenzione nazionale unica tra istituzioni (in questo caso i ministeri dell’istruzione e dell’interno e l’UNED) in grado di assicurare risorse economiche e umane e la piena applicazione delle tecnologie telematiche alla didattica universitaria in carcere. “Si tratta di buone pratiche che sarebbe auspicabile adattare al contesto italiano –conclude Pastore – il carattere straordinario dell’incontro tra carcere e università si può cogliere sotto molti aspetti, sia particolari che generali. Se si guarda nella prima direzione, lo studio appare come uno dei mezzi più efficaci per attenuare l’elemento drammatico della detenzione e riempirla di contenuti costruttivi. Considerando invece gli aspetti più generali, favorire la partecipazione dei prigionieri a corsi universitari ricorda a tutti che un’altra cultura della pena è possibile, senza buonismi di sorta, senza cedimenti, senza sotterfugi, ma nella nitidezza dei profili penali e delle modalità della detenzione”.

Redazione Nove da Firenze