Spari a Firenze: ancora dubbi sull'omicidio del ponte Vespucci

Dove si stava dirigendo lo sparatore fermato in via Melegnano da una pattuglia della Folgore? Che cosa sarebbe successo se i soldati, armati di mitra, non lo avessero disarmato subito, trovandosi a poche centinaia di metri?


L'omicida è stato fermato subito, ma il suo disegno resta un mistero. I militari della Brigata Folgore in servizio presso il Consolato Usa di Firenze sono arrivati al sospetto con i mitra di ordinanza spianati, lo hanno individuato sulla base di una segnalazione giunta da un passante. I militari racconteranno poi di averlo trovato "visibilmente tranquillo" e di aver proceduto ad una perquisizione dalla quale è emersa l'arma del delitto, una Beretta detenuta per uso sportivo.

Senza l'intervento tempestivo del contingente armato, l'omicida avrebbe proseguito il suo cammino e per fare cosa? Questo non lo sapremo mai per certo. Quel che è verosimile è che dall'abitazione di viale Aleardi in Oltrarno fino a via Melegnano, angolo via Montebello, luogo del fermo, qualche passante, alle 11:00 di mattina, lo ha incrociato di certo.

Mentre l'opinione pubblica a Firenze continua a commentare sui Social l'ultima notizia in ordine cronologico relativa al caso, noi facciamo un salto indietro e torniamo sul ponte Vespucci, quel maledetto lunedì 5 marzo 2018.

Il residente dell'Oltrarno scrive un biglietto, forse una lettera di addio alla sua famiglia, in cui esprime la volontà di togliersi la vita. Prende la pistola -ne avrebbe altre oltre ad alcuni fucili per uso sportivo- la carica, ma non si spara. Non all'interno dell'abitazione. Decide invece di uscire.

Forse ha appena deciso che non si suiciderà, oppure ha ancora intenzione di farlo, ma in un luogo simbolico, o particolarmente affollato. Si dirige verso il ponte Amerigo Vespucci sull'asse che dall'Oltrarno arriva alla Stazione di Santa Maria Novella incrociando una zona in cui è particolarmente presente la comunità degli immigrati, il quadrilatero Borgo Ognissanti-via Palazzuolo, negli ultimi tempi all'attenzione della cronaca locale per la presenza di migranti non pienamente integrati.

Sul ponte incontra infatti un uomo di colore, Idy Diene, migrante regolare e venditore ambulante, molto conosciuto in città. Scarica su di lui i colpi della Beretta, concludendo l'azione con un colpo alla testa. Il cittadino originario del Senegal muore. Inutili i tentativi di rianimazione durati oltre 30 minuti.
L'omicida non resta sul posto. Prosegue invece il suo cammino, sempre con l'arma bene in vista.

Stiamo a quanto racconta, dopo essere stato disarmato dai militari della Folgore. Ai poliziotti che lo conducono in Questura ed agli inquirenti nel primo interrogatorio, dichiara che lungo il percorso, riflettendo su problematiche economiche e dissidi in famiglia avrebbe maturato l'idea di farsi arrestare per non gravare più sui propri congiunti. L'intenzione diventa dunque quella di commettere un omicidio. Ma quale vittima scegliere? Perché Idy, 50enne senegalese, è apparso ai suoi occhi la vittima sacrificale?

La Procura di Firenze raccoglie le parole del fermato e sembra escludere la matrice di odio razziale propendendo per la casualità nella scelta della vittima. Tra le scriminanti vi sarebbe l'assenza di riferimenti all'odio razziale nel profilo Facebook dell'uomo. Ma si è verificato se il profilo personale è stato "bonificato" nelle ore precedenti al delitto?

Non c'è  una norma nazionale che impone di dichiarare sul profilo Facebook le proprie tendenze o le proprie intenzioni. La caccia ad immagini e post è una consuetudine giornalistica per quel che vale, quanto le classiche testimonianze raccolte tra i vicini di casa "Era un uomo gentile. Buongiorno e buonasera".

Un uomo qualunque che in un giorno qualunque ha deciso di scendere in strada, dirigersi verso un luogo scelto a caso ed uccidere una persona tra tante? Il dubbio rimane: perché proprio quella?

Perché escludere ogni similitudine con quanto successo già in piazza Dalmazia nel 2011? Perché la città non intende fermarsi a riflettere sul pericolo sociale che invece assilla la comunità senegalese? L'esclusione della matrice razzista è sufficiente ad allontanare questo timore?

Meglio credere di trovarsi davanti a un potenziale suicida pronto a colpire a caso per essere accolto nelle carceri di Stato, piuttosto che accettare di avere tra i residenti un altro caso di estremista? Un'ampia fetta dell'opinione pubblica è determinata a credere alla follia omicida, riconoscendo alla versione dell'uomo la veridicità di una lucida confessione, senza alcun sospetto che la diversità di colore della pelle possa aver inciso nella scelta (magari non consapevole) della vittima.

In noi resta invece il dubbio che la vittima possa essere risultata agli occhi di un uomo qualunque, apparentemente lontano dalla frequentazione di ambienti dove cova l'odio razziale, comunque un facile agnello sacrificale. Un aspetto, questo, che potrebbe e dovrebbe preoccupare ancor più dell'odio riconoscibile e manifesto. 

Antonio Lenoci