Rubrica — Mostre

Ottone Rosai: il 29 settembre un dipinto esposto l’ultima volta nel 1964

La Fondazione Museo Montelupo organizza un evento nei 60 anni dalla sua morte


Nel 2017 ricorre il sessantesimo anniversario dalla morte di Ottone Rosai. La Fondazione del Museo di Montelupo ha deciso di ricordare l’artista fiorentino con un’iniziativa che si terrà il prossimo 29 settembre alle ore 18.00 presso il Museo della Ceramica di Montelupo Fiorentino (piazza Vittorio Veneto, 11).

Nell’occasione sarà presente Marco Moretti per la presentazione di un documentario da lui realizzato nel 1995 in occasione del centenario dalla nascita. Il documentario dedicato a Ottone Rosai era a corredo di un’esposizione allestita prima alla Galleria Farsetti di Prato e successivamente a Palazzo Reale a Milano.

Durante la serata saranno presentati anche alcuni “scritti fiorentini” in una lettura curata dall’attore Marco Mazzoni e soprattutto sarà esposto il dipinto Egidio, realizzato nel 1938 fu inclusa da Rosai nei dodici dipinti che in quell’anno lo avrebbero rappresentato alla XXI Biennale di Venezia. La tela di dimensioni 75x65 coglie un artigiano in un momento di riposo.

«L’opera non figura nei cataloghi storici dell’artista perché ne avevamo perse le tracce dal 1964, in quanto parte di una collezione di un privato di Genova. A mio avviso si configura come uno dei ritratti più espressivi dell’artista. Lo abbiamo esposto a Firenze nella notte dedicata a Rosai, il giorno della sua morte, il 13 maggio e lo riproponiamo ora a Montelupo Fiorentino», spiega Marco Moretti.

Ottone Rosai, grande pittore ed incisore, nasce a Firenze il 28 aprile del 1895. Terzo di quattro figli di un intagliatore, con una spiccata attitudine per l’arte, viene iscritto all’Istituto di Arti Decorative di Piazza Santa Croce per studiare disegno ornato. Di temperamento impulsivo ed irrequieto, Ottone Rosai viene presto espulso dalla scuola, ma continua da autodidatta la sua preparazione artistica senza trascurare la letteratura. Legge Mallarmé, Baudelaire, Kipling, Dostoevskji, Wilde e avvicina gli scrittori e poeti fiorentini, fra i quali Papini e Palazzeschi. Ottone Rosai a sedici anni è già in grado di esporre le sue incisioni, ma al chiuso delle aule o dello studio, preferisce osservare le strade della sua città e la gente che frequenta la bottega del padre. Nel 1913, a soli diciotto anni, Ottone Rosai si avvicina al Movimento Futurista, vede le opere di Umberto Boccioni, traendone ispirazione e diventa amico di alcuni esponenti del gruppo fra cui Soffici, Carlo Carrà e Severini. Dall’aprile al maggio dell'anno dopo Ottone Rosai partecipa alla "Esposizione libera futurista" della Galleria Sprovieri a Roma, interviene ad alcune serate futuriste ed incomincia a collaborare alla rivista artistica “Lacerba”. Allo scoppio della prima guerra mondiale, aderendo alla filosofia futurista, si arruola come volontario ed è presto inviato al fronte. L'esperienza reale della guerra, le sue vicissitudini personali e le convinzioni politiche lo fanno aderire ai "Fasci Futuristi" di Marinetti, per opporsi ai politici che avrebbero voluto "mutilare", come si diceva allora, "la vittoria italiana" e che precedono i "Fasci di Combattimento" di Mussolini. Dopo la guerra, Ottone Rosai continua nella elaborazione di un proprio linguaggio pittorico, costruito sulle precedenti esperienze futuriste, cubiste e metafisiche. Nelle sue opere del periodo, si nota la vicinanza di Carlo Carrà e di Giorgio Morandi, l'ammirazione per Paul Cézanne e per il Quattrocento toscano, del quale utilizza un'antica tecnica, preparando il colore mescolato a lattice di fico come legante per la tempera. I soggetti dei quadri del pittore fanno riferimenti alla realtà ed all’uomo, sono nature morte, paesaggi e composizioni con figure. Ottone Rosai ama riprendere i quartiere popolari di una Firenze minore, dimessa ed angusta, le viuzze ed i suoi omini nelle osterie, dove l pittore sa catturare elementi metafisici. La morte del padre, suicidatosi per debiti, nel 1922, lo costringe a lavorare nel laboratorio di falegnameria della famiglia, rallentando la sua produzione di pittore, per raddrizzare la difficile situazione economica dei suoi. Ottone Rosai raggiunge finalmente il successo tanto atteso nel 1932 con la personale nella sua città, presso la Galleria di Palazzo Ferroni. Nel 1933, Ottone Rosai firma il "Manifesto Realista" in contrapposizione all’idealismo di Gentile, manifesto che esalta la cultura e l'arte fascista, ma dipinge ritratti antiretorici di un'umanità di "vinti". È questo tipo di pittura che ha dato a Rosai la fama, ma anche l'accusa di "provincialismo" e di facile "bozzettismo". In realtà la valutazione corretta di Rosai è stata ostacolata dalla sua adesione al fascismo e dalla sua omosessualità, che lo hanno reso odioso sia ai critici di sinistra che a quelli di destra. Infatti, nel 1938, il pittore viene addirittura "ammonito" dalla polizia fascista per la sua frequentazione di "prostituti" ed evita di essere deportato al confino solo grazie al suo passato di squadrista. Nel 1939 Ottone Rosai viene nominato Professore di figura disegnata presso il Liceo Artistico e nel 1942 gli viene assegnata la cattedra di pittura all’Accademia di Firenze. In questo periodo Ottone Rosai si dedica alla pittura di paesaggi e ritratti, ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, alla caduta del regime, è duramente attaccato e contestato dagli antifascisti. Sicuro ed orgoglioso della propria arte, Ottone Rosai partecipa ad esposizioni collettive milanesi, nel '46 e nel '47 e apre coraggiosamente una personale a Roma. Dal 1950 si fa conoscere in ambito internazionale, partecipando a rassegne artistiche a Zurigo, Parigi, Londra ed a Monaco di Baviera, la sua attività espositiva si fa più intensa, come la sua pittura che lo assorbe completamente. Partecipa ad una mostra sugli artisti italiani a Madrid e ad importanti collettive sul Novecento a New York. Un'esposizione organizzata a Firenze girerà poi nei musei di molte città tedesche. Nel 1956, all'interno della Biennale di Venezia, viene allestita una grande retrospettiva dell'opera di Ottone Rosai, che continua ad esporre a Bologna e a Trieste, fino al 13 maggio del 1957 giorno della sua morte per un infarto che lo coglie ad Ivrea dove stava curando l’allestimento di una sua nuova personale.

Redazione Nove da Firenze