Mercato del lavoro: ecco dove investire in Toscana

Doppio rapporto annuale che pone sotto la lente dei ricercatori sviluppo economico e mercato del lavoro


 Fare previsioni, premette Irpet, è oggi più difficile di ieri: tante e incerte le variabili, dalla rinnovata fiducia dei consumatori americani alla diffusione di atteggiamenti protezionistici. Determinanti anche i tassi di interesse. La stima è che in Toscana nel 2018 i consumi delle famiglie crescano dello 0,7 per cento (contro lo 0,8 dell'anno in corso), gli investimenti dell'1 per cento (stabili nel 2017), le esportazioni dell'1,2 (contro il 2,2 atteso nell'anno)e le importazione dell'1,7 contro il 2,1 con cui si prevede chiuderanno nel 2017. Nel complesso il Pil dovrebbe crescere dello 0,9 per cento quest'anno e dell'1 per cento nel 2018. I consumi dei turisti stranieri dovrebbero aumentare nel triennio del 3 per cento.
Si stima che diminuirà nei prossimi due anni anche il tasso di disoccupazione (un punto percentuale in meno rispetto all'attuale 9,5 per cento). Ma mettono in evidenza i ricercatori di Irpet che è l'effetto della contrazione della produttività, la quale comporta una maggiore domanda di lavoro. Una consolazione dunque di corto respiro, se non interverranno investimenti per accrescere le potenziali produttive.

La Toscana cresce lentamente (+0,7 per cento), ma è il massimo che il sistema può esprimere, lo certifica l'Irpet, l'istituto per la programmazione economica della Regione che stamani con i ricercatori Leonardo Ghezzi e Nicola Sciclone ha presentato il doppio rapporto annuale che pone sotto la lente dei ricercatori sviluppo economico e mercato del lavoro.
La Toscana è tra le regioni d'Italia che più hanno recuperato occupazione rispetto ai numeri precedenti alla crisi. "L'aumento dei dipendenti è diffuso a quasi tutti i comparti produttivi ed in particolare alla manifattura, in cui spiccano i settori del cosiddetto ‘Made in Italy'" mettono in evidenza dall'Irpet. "Chimica e farmaceutica vedono crescere gli addetti in modo significativo" sottolinea Nicola Sciclone. La crescita dell'occupazione è evidente anche nel settore agricolo oltre a quello industriale (+2,2% nel 2016). Nei servizi permane la contrazione del comparto assicurativo, del credito e della pubblica amministrazione, mentre commercio e turismo mostrano andamenti positivi.

 Gli interventi possibili sono stati messi in campo e servirebbe adesso, suggeriscono dall'Irpet, un cambio di passo da parte dell'Europa. In ogni caso è il terzo anno consecutivo che il Pil segna un avanzamento: succede dal 2014, quando il resto dell'Italia era ancora in recessione.

"Dunque si tratta di un fatto positivo – sottolinea il direttore dell'Irpet, Stefano Casini Benvenuti -. E' un dato che consolida l'inversione di tendenza dopo anni di lunga sofferenza, anche se è del tutto evidente di come si tratti ancora di una crescita troppo debole per essere rassicurante". In particolare il 2016 mostra un leggero rallentamento, sia rispetto all'anno precedente, che al resto del paese (in particolare alle regioni del nord-est). La domanda è se interpretare questo risultato come un fatto transitorio - "l'economia ha per sua stessa natura andamenti ciclici" spiega ancora Casini Benvenuti - oppure sia l'indizio di difficoltà più strutturali.

Per l'Irpet ci sarebbe il minor "effetto rimbalzo", dovuto al fatto che la Toscana ha tenuto meglio delle altre regioni negli anni precedenti e dunque aveva meno da recuperare. C'è il peggioramento del contesto internazionale e questo non può non avere effetti su una regione come la Toscana che negli anni passati aveva ricavato impulso soprattutto dall'export, volano indiscusso. Nel 2016 invece la spinta maggiore alla crescita del paese proviene soprattutto, annotano i ricercatori di Irpet, dalla domanda interna, ancora troppo debole e che sconta la scarsa fiducia verso il futuro prossimo di imprese e famiglie.

"Il peggioramento del contesto internazionale - illustra Ghezzi e Sciclone - ha avuto i suoi contraccolpi soprattutto su pelletteria e macchine di impiego generale (le turbine, per intendersi), due settori importanti per l'economia della Toscana che da soli coprono quasi un quarto dell'intero ammontare del'export regionale".
Le esportazioni della pelletteria si sono contratte del 4,9 per cento, quelle delle macchine del 9,6 per cento e tutte e due hanno largamente contribuito al debole risultato complessivo della crescita dell'export toscano, che segna appena un +0,6 per cento. Le difficoltà del secondo settore proseguono anche nella prima parte di quest'anno, intimamente legate alle vicende del petrolio; per la pelletteria il 2017 ha invece già visto un'inversione di tendenza e l'export è tornato ai livelli precedenti. Vanno bene, nel 2016 e in questo avvio di nuovo anno, anche agroalimentare, abbigliamento, calzature, farmaceutica e molte produzioni della meccanica, tutti settori importanti per l'economia toscana. Nel primo trimestre del 2017 le esportazioni sono di nuovo aumentate del 10,1 per cento.

E il lavoro? Complessivamente il 2016 si chiude con un segno positivo (+1,9%), che trova conferma anche nel dato tendenziale del primo trimestre 2017 (+1,6%). 

Il bilancio del primo trimestre 2017 per il comparto manifatturiero è il migliore addirittura degli ultimi sette anni. Spiccano tessile e abbigliamento (+6,2% nel 2016 e +7,7% nel primo trimestre 2017), pelletteria e concia (+2,6% e 4,4%) e delle industrie alimentari (+2,8% e 1,1%). Positivo anche il bilancio del metalmeccanico (+1,7% nel 2016 e +2,0% nel primo trimestre del nuovo anno), della farmaceutica (+4,0% e +2,5%) e della carta (+1,5% e +1,0%).

Allora tutto bene? Forse no. "La preoccupazione per il futuro del sistema, italiano anzitutto prima che toscano, è giusto che rimanga alta" dice Irpet.
Le imprese continuano a manifestare grandi difficoltà ad avviare nuovi investimenti, spiegano, e difficoltà altrettanto rilevanti riguardano la pubblica amministrazione; in Italia oramai il peso degli investimenti pubblici sta toccando il minimo storico, "conseguenza – a detta dei ricercatori dell'istituto toscano - delle difficoltà del bilancio pubblico, ma anche di normative che rendono estremamente difficoltoso avviare ogni processo di investimento". E senza investimenti la crescita non può che mantenersi su profili molto bassi, impedendo miglioramenti evidenti nella produttività del paese - se non contraendo il costo del lavoro - oltre al rischio di essere più esposti agli effetti di congiunture negative. Ma se non si può poggiare su di un sensibile processo di accumulazione produttiva è allora evidente che si proceda ancora una volta ad operare su di una contrazione del costo del lavoro di cui vi sono oramai segni evidenti. "In Italia ancora più che in Toscana, ma qualcosa del genere si nota anche negli altri paesi europei – annota Casini Benvenuti - i segnali di un maggiore sfruttamento del lavoro sono evidenti e si manifestano con una riduzione dell'orario medio (spesso non desiderata) cui corrisponde una riduzione della retribuzione oltre ad un crescente ricorso a forme di lavoro irregolare".

Il potenziale di lavoro inutilizzato (disoccupati, scoraggiati, occupati a tempo ridotto in modo involontario) è ancora ampiamente sopra livelli socialmente accettabili e le distanze nelle opportunità di lavoro, ad esempio fra generazioni, continuano ad essere più ampie di quelle che si registravano prima della crisi. L'Italia ha perso di più e recupera meno velocemente dei partner europei. E' aumentata la distanza tra ricchi e poveri e questo si riflette sul clima sociale con gli effetti di una ripresa anemica. Il reddito delle famiglie in Toscana, annota il ricercatore Leonardo Gheezzi, è cresciuto del 2 per cento, a stabilità di prezzi: i consumi solo dell'1,1 per cento.
La priorità deve essere la crescita, rilancia Irpet: sono necessari investimenti, quelli pubblici assieme a quelli privati. Ne sono convinte anche le famiglie toscane. Intervistato, un campione significativo ha risposto che, dati 100 euro, sare bbe d'accordo sull'investirne quasi 60 sulla crescita e solo un po' più di quaranta per la coesione. Qualche anno fa forse non sarebbe stato così.

C'è poi la questione degli squilibri territoriali. La crisi ha acuito il divario tra la Toscana centrale e la costa, dove si sono concentrate le maggiori criticità. Nel 2016 i due territori si sono riavvicinati, ma più per la difficoltà (in alcuni casi già superate) avvertite da settori tradizionali dell'area metropolitana anziché per una crescita dell'economia costiera. Bastino pochi numeri: dal 2009 Livorno ha perso l'11 per cento di addetto, qualcosa come 7000 posti di lavoro (anche se l'emorragia negli ultimi anni si è stabilizzata), altri 2500 sono scomparsi a Piombino (7%) e un po' meno della metà a Massa Carrara (6 per cento). Le note più positive provengono dalla Toscana del sud, che ha tratto vantaggio sia dai buoni andamenti del turismo che da una forte espansione del suo settore manifatturiero, poco presente in quest'area, a partire dai segnali positivi arrivati dall'indu stria agroalimentare. Indicazioni per la rotta? Continuare ad investire finanziamenti e risorse pubbliche sulle imprese più dinamiche, capaci di un effetto trainante.

Rapporto Irpet 2016, le slides di Ghezzi e Sciclone
Rapporto Irpet 2016, le slides di Casini Benvenuti

 L'andamento economico dipende da più fattori, strutturali e congiunturali. Andrà dunque verificato se certi trend si confermeranno in futuro. Ad oggi comunque la giunta regionale centra gli obiettivi fissati l'anno scorso, nel 2016, con il programma regionale di sviluppo, bussola per l'azione di governo nella legislatura: tutti raggiunti, quantomeno quelli al momento verificabili.

La Toscana fra cinque anni. Nove obiettivi da centrare nel Prs

La Toscana si era data traguardi quasi tutti superiori alla media dell'Italia: il riferimento erano gli obiettivi di Europa2020. Il tasso di occupazione è aumentato al di là delle aspettative e si avvicina già (69,9% di occupati tra 20 e 64 anni) a quello prospettato per il 2020. Il tasso di abbandono scolastico è drasticamente calato al di sotto dell'obiettivo previsto per il 2020 e si avvicina oramai al livello posto per l'Europa.
Per il 2016 il traguardo era infatti il 14,6 per cento e il 12,6 nel 2020: il valore osservato è l'11,5 per cento.
Il peso dei laureati nelle popolazione tra 30 e 34 anni ha superato di due punti percentuali il valore previsto per il 2016 (29,2 per cento contro il 27,2) ed coerente con l'obiettivo finale al 2020 del 32,7 per cento. Il peso degli occupati nell'industria in senso stretto è addirittura aumentato, sia pur solo di qualche decimale (il 20,7 contro il 20,3 per cento), mentre l'obiettivo era quello di mantenerne da qui al 2020 semplicemente l'attuale valore. Crescono anche i consumi elettrici da fonti rinnovabili, specchio di una Toscana più green: il 39,4 per cento ad oggi, già oltre il 36,8 per cento fissato per il 2020.

L'Irpet presenta il rapporto 2016 sull'economia e il lavoro in Toscana e il presidente della giunta regionale Enrico Rossi evidenzia tre nodi da risolvere, tra loro concatenati, da cui non può prescindere l'azione dei mesi a venire.
C'è anzitutto l'Europa, dove si giocano due battaglie: quella per salvare i fondi strutturali e quella per una maggiore flessibilità del patto di stabilità e la regola aurea dello scorporamento degli investimenti lordi ai fini del disavanzo. Ci sono gli investimenti – pubblici anche, certo – essenziali in una strategia di rilancio economico. E c'è la ripresa della domanda interna, senza di cui qualsiasi crescita rischia di essere zoppa e sottoposta a troppe turbolenze internazionali.

Da qui discendono tre indicazioni per il futuro. Li enuclea sempre Rossi, nella conferenza stampa che segue immediatamente dopo alla presentazione del rapporto.

"Dobbiamo continuare ad investire sulle imprese più dinamiche. capaci di essere locomotiva di sviluppo – dice - . C'è da proseguire con grande determinazione il lavoro per il rilancio dell'economia costiera e il recupero dei posti di lavoro persi". E poi un'attenzione speciale per le cosiddette aree interne., ovvero quelle zone che costituiscono i tre quinti di tutta l'Italia, distanti da grandi centri di agglomerazione e di servizio e con traiettorie di sviluppo instabili ma tuttavia dotate di risorse. Qualche esempio? L'Amiata e il Casentino. "Abbiamo individuato quattro o cinque aree e già ci stiamo lavorando" spiega Rossi.

Numeri e grafici, proiettati sul grande schermo della sala Pegaso di Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, hanno raccontato stamani i mesi alle spalle e provato a tracciare la curva per gli anni a venire. Il presidente sceglie nei commenti un approccio il più realista possibile, dando il giusto spazio alle luci ma senza nascondere le ombre. E c'è una premessa d'obbligo: "La Toscana, che pure ha punte di eccellenza, si trova in Italia e non si può dunque prescindere dalle difficoltà che si porta dietro l'intero paese". "Non andiamo male – sintetizza – ma il che non vuol dire che non si soffra".

"Rimane la difficoltà evidente della costa e su Livorno non si può tardare ancora – sottolinea – Certo i soldi come Regione ce li abbiamo messi, per la Darsena Europa e il nuovo porto, ma siamo fermi per la revisione dei progetti. I termini inglesi non ci portano bene. Con la project review siamo stati fermi un anno e mezzo sul sotto attraversamento dell'Alta velocità. Siamo fermi sulla Tirrenica, dove in sette anni sono cambiati quattro volte gli scenari, e sul porto di Livorno, poi hanno visto bene di rivedere il codice degli appalti. Non polemizzo con nessuno. Chiedo solo che si faccia presto. Ed annoto che che quando la stazione appaltante è stata la Regione, gli investimenti sono partiti con un flusso di spesa costante nell'anno nonostante le risorse tagliate a monte sul bilancio".

Gli investimenti appunto, snodo nevralgico per qualsiasi rilancio. "Rispetto al 2008 – prosegue - ci sono in tutta Italia 20 miliardi di investimenti in meno (passati da 60 a 40 ndr). Se la Costa non avrà, oltre al porto di Livorno, un corridoio di quattro corsie, un adeguato retroporto e logistica e tutto quello che può esprimere in termini di potenzialità e investimenti, è difficile che abbia una possibilità di crescita e di sviluppo.

La partita passa con tutta evidenza anche dall'Europa. Rispetto al 2000-2007 i fondi strutturali in dote alla Toscana erano già diminuiti, nel settennato successivo, di un terzo. "Dobbiamo fare una battaglia per il loro mantenimento anche dopo l'uscita della Gran Bretagna - ricorda Rossi -. Monti dice che l'Europa dovrebbe avere risorse anche proprie: tassazioni ambientale e la famosa Tobin tax sulle transazioni finanziarie. Sono d'accordo".

Redazione Nove da Firenze