Elezioni politiche: appassisce il giglio magico fiorentino

Matteo Renzi non coglie l’occasione insperata offertagli dai fatti di Macerata e conduce il PD alla peggiore sconfitta della storia della sinistra dal dopoguerra


FIRENZE- Sembra incredibile che nel giro di neanche dieci anni Matteo Renzi sia passato dall’essere l’enfant prodige della politica italiana, il più giovane presidente di provincia (di Firenze) della storia, all’esser artefice della peggiore sconfitta della sinistra nazionale.

Eppure, dopo l’inarrestabile cavalcata da Palazzo Vecchio alla segreteria del Partito Democratico, coronata dal successo storico alle elezioni per il parlamento europeo del 2014, Renzi ha inanellato solo errori strategici. A partire dall’accettazione della scommessa di Giorgio Napolitano, che gli offrì palazzo Chigi, senza disporre di una maggioranza parlamentare solida che lo potesse sostenere, soprattutto se l’intenzione era di riformare la costituzione in un parlamento recalcitrante e infido. Sino all’urto violento con il referendum istituzionale del dicembre 2016, non seguito dalle promesse dimissioni.

Gli esperti, dall’estate del 2017 cominciarono a ipotizzare una via d’uscita per Matteo Renzi, l’accordo tacito con Silvio Berlusconi, per cavalcare l’ingovernabilità del dopo elezioni parlamentari, con un governo a maggioranza trasversale, una Grosse Koalition in stile tedesco. Ma con l’approssimarsi delle consultazioni, i sondaggi descrivevano uno scenario elettorale sempre più instabile proprio per i due partiti, Pd e Forza Italia.

E non si può dire nemmeno che Renzi non abbia avuto il colpo di fortuna insperato. A un mese dal voto i fatti di Macerata gli avrebbero offerto un’occasione propizia per riconquistare consensi e ricompattare l’elettorato di sinistra. Di fronte a un atto di terrorismo di stampo razzista, perpetrato da un attivista della Lega di Matteo Salvini, che aveva tentato la strage di immigrati, sparando anche all’indirizzo della sede locale del Pd, chi non avrebbe giocato la carta dalla chiamata elettorale al fare fronte comune contro lo sfascio e la violenza politica? Renzi non lo ha voluto fare, ha minimizzato, quasi nel timore di inimicarsi un elettorato conservatore, che poi non lo ha votato. Eppure, un anno fa in Francia fu proprio questa la strategia vincente di Emmanuel Macron, un richiamo all’elettorato di sinistra, moderato, preoccupato della difesa dei diritti civili e delle libertà democratiche, che si raccolse sotto le insegne del movimento politico En Marche! contro lo spettro dell’estrema destra di Marine Le Pen e del suo Front National.

Matteo Renzi ha avuto un’ultima occasione è l’ha sprecata clamorosamente. Ha abbandonato al proprio destino gli elettori di sinistra, impauriti e disorientati dal ritorno dell’intolleranza e della violenza politica, e ha tirato dritto nella sua battaglia fratricida contro la vecchia nomenclatura ex PCI. Risultato: il PD al minimo storico, tutto da ricostruire. Perché se il partito che aveva ereditato quattro anni fa da Pier Luigi Bersani era una forza in crisi, ma con un solido bacino elettorale, quelle che ora riconsegna Renzi sono le macerie di un partito, orfano pure del proprio elettorato.

Nicola Novelli