Chiudono negozi storici: emozioni Social, piange chi non sapeva

Al tempo dei Social tutto è veloce, tutto è opinabile ed interpretabile anche nella culla del Rinascimento


Perdonate il cinismo, lo diciamo prima perché dietro ad una chiusura, qualunque essa sia e chiunque ne sia il protagonista, c'è sempre una storia che merita enorme rispetto.

Al tempo dei Social Network però.. La chiusura dei negozi storici appartiene a quella categoria di notizie "Emotive" dette anche e meglio "Condivisibili" ovvero quelle che consentono di ottenere, attraverso la pubblicazione sulle maggiori piattaforme Social, un buon ritorno in termini di click.

Nel caso di un esercizio commerciale che ha rappresentato un presidio conosciuto e riconoscibile, che racchiude ricordi ed immagini della propria memoria sul territorio, scatta il desiderio di esprimere il proprio dispiacere coinvolgendo in questo parenti ed amici che possono avere interesse a divulgare la notizia a loro volta.
Riprendono vita in pochi secondi le mattine con i nonni, i pomeriggi d'estate e l'inverno freddo in vista del Natale quando i negozi addobbati sono una vera attrazione per bambini. Le prime spese da soli, gli approvvigionamenti con gli amici e le scelte dei prodotti da consumare in famiglia.

Ma è solo il dispiacere a guidare la reazione emotiva? No. Tra i commenti che si accavallano, spesso senza una continuità logica ma relativi ad interventi sul post iniziale e risposte male indirizzate che "si perdono nel mucchio" c'è anche chi esulta per l'imminente svendita conseguente alla chiusura dell'attività.
Si raggiunge l'aspetto tragicomico quando l'emoji, ovvero il tondo giallo dotato di espressioni emozionali, piange perché lo sconto è già compiuto.

L'emoji arrabbiato. C'è chi si lamenta per la gestione amministrativa della città in cui si verifica la chiusura, redarguito o meno da chi, conoscendo le reali cause, si appresta con la leggerezza dovuta alla messaggistica istantanea a segnalare decessi, mancanza di eredi ed altri particolari sensibili in un contesto reale ma non in quello virtuale.
"R.i.p." la risposta, eventuale. Smorfia triste ed occhi chiusi verso il basso.

Il pensieroso. C'è anche chi tagga l'amico del cuore che, abitando in zona, non poteva non sapere dell'esistenza del negozio che però non ha mai pubblicizzato. 

Un altro paradosso è il battibecco che si innesca con il detentore della verità inconfutabile che, atteso il tempo proporzionale al tatto interviene con "Ha chiuso perché non ci andava mai nessuno". 
Il gelo che scende sui commenti è palpabile, ma questo non impedisce al fronte rammaricato di spaccarsi tra chi "Forse hai ragione.." e chi "Io ci andavo sempre.." rigorosamente al passato.

Trascorsa qualche ora, come spesso accade sui 'terribili' Social l'effetto rimbalzo inizia a scemare e l'emotività cala di conseguenza.
Subentra in alcuni casi una sottile sensazione di rimpianto da parte di chi, passando in zona, posta a distanza di giorni foto delle serrande abbassate, delle ultime luci accese, dei cartelli "Vendesi".

Il mondo virtuale nel giro di pochi giorni esaurisce una vita intera di attimi. Lettere, immagini e pixel hanno riassunto tutto, dato tutto.
Cosa resta? Resta la consapevolezza, ancora umana e realissima che forse, se qualcosa poteva essere fatta, andava fatta prima.
Ad esempio vivere la città nella sua interezza, cambiare i propri percorsi abituali rischiando di 'perdersi' e di 'conoscere' luoghi nuovi, posti nuovi che magari sopravvivono al tempo ed ancora ci aspettano per la nostra prima visita. 

Antonio Lenoci