​Artigiani oggi: tasse e botteghe, pied a terre e room craft

Il capoluogo toscano avrebbe intenzione di tutelare la vocazione artigianale della città delle arti e dei mestieri


L'artigiano del futuro avrà un laboratorio - armadio, se fortunato con le ruote. Poche ore fa l'ennesimo faccia a faccia tra l'Amministrazione e le categorie rappresentanti l'artigianato locale: il dubbio è che ci sia un cortocircuito in atto da anni, forse riscontrabile nel fatto che entrambe le parti si sono dette soddisfatte al termine di un incontro che ha visto gli artigiani chiedere, all'interno del Vecchio Conventino presentato nel 2015 come "luogo privilegiato di incontro, confronto, formazione, esposizione, sviluppo e valorizzazione dell'artigianato artistico e tradizionale e delle industrie creative destinato a valorizzare ed esporre artigiani ed artigianato locale", di poter ottenere al più presto "uno spazio permanente nel cuore di Firenze in cui le imprese artigiane, a rotazione, possano esporre e vendere i loro prodotti destinato ad esporre l'artigianato locale". Il dubbio sembrerebbe fondato.

A Firenze sono nate le Arti, corporazioni del XII secolo a difesa di categorie professionali e mestieri che hanno finanziato la maggior parte delle opere oggi vanto ed orgoglio del patrimonio culturale nazionale. Oggi quelle Arti sono state messe da parte.

Il sogno. L'idea di mantenere una parvenza di Firenze bottegaia sopravvive nei desideri dei residenti che presidiano con forza il centro storico ma anche nelle fantasie di chi, seppur dal centro è fuggito, affitta oggi a turisti attratti dall'artigianato toscano.
La stessa intenzione viene manifestata a fasi alterne dalle amministrazioni che si succedono nel tempo raccogliendo quale spunto di profonda riflessione sociale commenti che se la giocano con "Non c'è più la mezza stagione" ad esempio "Manca un ricambio generazionale". Ma è vero questo?

Sempre dall'incontro tra CNA, Confartigianato e Palazzo Vecchio è emersa l'intuizione di "creare del merchandising artigiano di alta qualità, legato alla città, da porre in vendita, in collaborazione con i commercianti, sulle bancarelle degli ambulanti, sostituendo così la attuale miriade di prodotti scadenti che nulla hanno a che vedere con la città e con le sue tradizioni". Oltre ad intuire la felicità degli ambulanti nel sentirsi appellare come venditori di paccottiglia, si tratta di una operazione che prende in considerazione il mero prodotto finito affidato in conto vendita ad un costo che non è oggi il target del commercio ambulante nelle mani di una categoria ai ferri corti con Palazzo Vecchio che da 10 anni continua a spostare le bancarelle sul suolo fiorentino.
Tutta questa buona volontà produrrà certamente una città modello del fatto a mano, dove si va ancora a bottega come fu per Leonardo ed i grandi del Rinascimento. Per adesso no.

Per tutelare il mercato hand made in Tuscany c'è chi ha puntato il dito sulla scarsa qualità e sulla mancanza di formazione. L'artigiano vero, insomma, si è formato presso un centro riconosciuto. Piccolo neo: la scuola italiana non prepara alla pratica, neppure gli istituti professionali accusati di avere standard obsoleti.
Pertanto tocca rivolgersi a strutture qualificate dagli altissimi costi. Fortunati coloro che hanno avuto la possibilità di formarsi nei percorsi curati dalle ex province o dalle camere di commercio e sostenuti con fondi comunitari dove hanno ricevuto una infarinatura di base sulla conoscenza dei materiali, sulle fasi di trasformazione ed in alcuni casi su marketing e gestione d'impresa. Ma poi? In assenza dell'inserimento lavorativo, scatta il fai da te.

La realtà vede nuove aperture soprattutto di piccole sartorie, piccole pelletterie, meno falegnami, fabbri, vetrai, ceramisti, decoratori che necessitano di ampie metrature.
 Le categorie economiche lamentano una pressione fiscale asfissiante che vede gli artigiani lavorare fino al 9 settembre solo per pagare le tasse, questo significa che di 365 giorni solo 112 giorni sono destinati ai ricavi, per consumi personali ed investimenti. Una vita dalle grandi prospettive.

Il web. Per questo la soluzione offerta da internet ed i suoi Social Network è oggi l'isola cui approdano migliaia di giovani che lavorano dove capita ed espongono in fiere e mercatini pronti a rispondere "No, non ho il negozio però sono su Facebook. Per qualsiasi cosa...".
Gli spazi espositivi costano, a dispetto dei grandi ideali: affitto, allaccio delle utenze, imposte e tariffe urbane come rifiuti, insegna e vetrine.
Eventi sul suolo pubblico aiutano, ma spesso lo spazio viene concesso a titolo oneroso ad associazioni culturali che gestiscono il mercato chiedendo un contributo ad ogni artigiano.
Lodevoli iniziative annuali come Artigianato & Palazzo, rassegna ideata da Neri Torrigiani e Giorgiana Corsini che mette insieme grandi marchi e giovani talenti, ma non è su questo che si può basare la crescita di una attività.
Il temporary shop, l'uso di locali sfitti per brevi esposizioni, non è mai stato sostenuto dal pubblico con convinzione eppure non sarebbero serviti soldi, solo una informazione utile. Troppo pochi infatti i proprietari illuminati che hanno colto l'opportunità di ritrovarsi un locale migliorato e manutenuto da reimmettere con maggiore appeal sul mercato al termine del comodato d'uso.

C'era una volta il laboratorio. Paradossalmente l'enorme patrimonio immobiliare che potrebbe essere utile per creare piccole attività artigianali giace vuoto ed abbandonato in strade più o meno periferiche in attesa di offerte considerate "degne" di un mercato che si confonde spesso con quello abitativo.
I proprietari di locali a destinazione commerciale quali laboratori, depositi e magazzini devono essersi sentiti figli di nessuno all'interno di una culla della cultura che ospita turisti ogni giorno dell'anno e così tra gli annunci spuntano sovente "Laboratorio.. parzialmente arredato con cucinotto, ottimo per investimento" ma anche "Magazzino.. con ampio soggiorno-cucina e letto in soppalco" fino al "Deposito.. perfetto come pied a terre" in barba all'enciclopedia che definisce il pied a terre un "appartamento di piccole dimensioni, usato solo temporaneamente e per brevi soggiorni da chi abitualmente risiede altrove".
Provare per credere: cercate online sui portali di riferimento e sorridete o piangete a preferenza. Eppure il rispetto dell'uso di un bene immobile non è uno scherzo, l'abitabilità è sottoposta a parametri tecnici e non alla capacità di arredare gli spazi.

La pressione fiscale ed un mercato immobiliare fin troppo libero producono oggi l'effetto di una generazione di giovani artigiani che resiste tra mille difficoltà. Esiste perché la creatività fortunatamente non è morta, ma sopravvive attraverso una scelta di vita che vede l'artigianato relegato a passatempo secondario ad un lavoro part time grazie all'applicazione di soluzioni alternative come la room craft o l'armadio del bricolage e guardando ai banchi del centro storico con la curiosità di chi esplorerebbe volentieri anche il laboratorio di strada, un giorno.

Il bamboccione con le mani d'oro. La room craft è una stanza della casa di famiglia, nei casi più sfortunati uno sgabuzzino, la cantina la soffitta il deposito in giardino da allestire per contenere tutto il necessario della filiera produttiva. 

Privarsi di una intera stanza è in alcuni casi proibitivo poiché incide sul benessere famigliare, sono nati così gli armadi dedicati all'attività artigianale, comprensivi di fotocamera digitale attraverso la quale realizzare il campionario della vetrina virtuale sulla quale si gioca la fortuna dell'attività.

Una partenza proibitiva che nonostante tutto vede numerosi artigiani imporsi sul mercato grazie al sacrificio ed alla promozione dei Social. Il problema arriva quando il periodo di prova finisce e magari le ordinazioni iniziano ad essere tante. Oggi, come secoli fa, occorre ingrandirsi, cercare collaboratori e creare l'impresa. Ecco, è fare impresa il problema.

L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. I giovani e non solo vorrebbero fare ancora gli artigiani. Se fosse possibile.

Antonio Lenoci